domenica 11 maggio 2014

Un mese e un giorno. Di aborti e attese.

Non si parla tanto di interruzioni di gravidanza, o meglio non si parla di quello che si vive, di quel che si sperimenta.
O forse se ne parla, non lo so. So che ho bisogno di scriverne.
Inizio dicendo che oggi è 11 maggio e spero di poter dichiarare chiuso il periodo più brutto della mia vita.

Il 10 aprile e cioè alla 12ima settimana e qualcosa, la ginecologa con la Transnucale ha rilevato un'anomalia secondo lei abbastanza grave, ha cambiato immediatamente espressione del volto, ha fatto rifare l'esame ad una sua collega che ha confermato il tutto, ci hanno mandato di corsa in un centro diagnostico, prendendo gentilmente appuntamento per noi "subito", per noi che storditi, con una conoscenza minima della lingua, frastornati, agghiacciati, sconvolti non ricordavamo nemmeno come eravamo arrivati fino a Spandau.

In quelle prime ore penso di aver elaborato il mio lutto, io e Andrea, gli unici che potevano capire che camminiamo tenendoci l'uno all'altra, gli occhi annebbiati, la mente offuscata. Io ricordo chiaramente di aver vissuto il tutto attraverso una patina, un filtro, forse solo un aiuto per non impazzire: abbiamo  così raggiunto questo centro dove ci hanno accolti velocemente e con molta gentilezza (la stessa che ho riscontrato fino alla fine di questa terribile avventura).

Il dottore effettua un'analisi dei liquidi, da quel che capisco infatti la Transnucale è risultata alta perché c'era un liquido nella testa (idrope fetalis) e anche nel corpo, inoltre trova la crescita un po' sballata e il cuore molto veloce, ci consiglia di tornare il giorno dopo per parlare con la Pediatra Genetista e per fare l'Amniocentesi:  non si sbilancia ma ci dice che le possibilità che sia gravemente malformato sono altissime.
Probabilmente si tratta di Trisomia 13.


Torniamo a casa, quasi arresi alla terribile evidenza.

Il giorno dopo siamo ancora lì al centro e nel frattempo siamo riusciti a mangiare e dormire, nonostante tutto, fermandoci a riflettere su come la vita e le sue funzioni primarie vadano comunque avanti, inesorabili. Anzi scegliere il posto dove mangiare qualcosa di buono era l'unico momento simile ad un momento normale.

Io non mi tocco più la pancia, a fatica riesco a lavarmi è come se avessi messo una tavola di legno sotto il mio seno e un'altra  a metà delle mie cosce. Quello che c'è in mezzo (la vita, il calore, l'intimità)  sono in standby, sono lì ma non sono lì proprio come quell'embrione al quale ho dovuto cambiare nome: da bambino è regredito ad embrione. 

Per forza di cose.

La genetista ci fa una lezione di genetica umana, in tedesco, in cui ci spiega lo svolgimento dell'Amniocentesi e della Villocentesi (poi di fatto mi faranno la seconda) e tutti i possibili risultati che  potrebbero uscire dall'analisi e anche tutte le possibili evoluzioni della situazione:
1) può essere genticamente sano ma lo sviluppo andare male,

2) può essere geneticamente malato e TUTTE le possibilità che questo comporta (la sindrome di Down appare come una passeggiata di salute),
e varie altre combinazioni, varie sindromi, ecc. ma la Trisomia 13, data la settimana di gestazione e quello che vedono, resta quella su cui scommettono.
Mi infilano questo agone nella pancia e vai di ecografia, io cerco di non guardare più il monitor e il piccolo che si muove, raccomando Andrea di non farlo ma lui è più forte di me e lo guarda.
Dopo l'analisi ci portano mezz'ora nella "stanza della calma", dove posso sdraiarmi e stare un po' lì, poi nuova ecografia e la frase che io vivo come speranza ma che forse speranza non voleva essere: "se è malato interrompe, sennò no. E' malato al 90% ho detto, non al 99%."

Torniamo a casa, altre ore di attesa ed angoscia, il sabato pomeriggio mi telefona il dottore: "ottime notizie, NON è Trisomia".
I cromosomi sono nel numero giusto, ora però va controllato che siano TUTTI a posto anche strutturalmente.

Voi davvero sareste riusciti a stare senza illudervi? Io un po' l'ho fatto, ci ho sperato, ho mantenuta viva la mia elaborazione del lutto e i miei pensieri sull'eventuale interruzione ma un po' mi sono lasciata illudere, forse per andare avanti.


Passo dopo passo.
Al centro mi consigliano la loro psicologa ma io, dopo la fatica di parlare di una cosa così importante con mio tedesco, avverto forte l'urgenza di potermi esprimere nella mia lingua e così vado da una psicologa italiana che opera qui a Berlino.

Passano così due settimane (14ima settimana e qualcosa) durante le quali ogni tanto parlo alla pancia e ci appoggio una mano sopra, gli dico di capirmi che io gli voglio bene ma non posso affezionarmi più di così, poi mi arrabbio e lo chiamo "Feto Egocentrico che si riempie la testa di liquido per attirare l'attenzione", lo chiamo Stewie dei Griffin che già mi odia, ci scherzo su, del resto lo sappiamo da tempo che ognuno si salva come può. 


Tutto va avanti galleggiando in questo limbo fatto di parole con amici, vicinanza, racconti, conforto, whattsapp, skype, ansia, lacrime, assurda normalità fino alla successiva ecografia in cui "non ci sono miglioramenti purtroppo, dobbiamo ancora aspettare per essere certi."

Io spiego al dottore che sono preparata all'eventualità dell'interruzione ma voglio sapere cosa ha, e sopratutto essere certa che abbia davvero qualcosa.
Ma il dottore lo sapeva già.
E mi rassicura che non appena avrà una diagnosi certa me la comunicherà.
Ma io lo sapevo già.


Passano le altre due settimane (16ima settimana e qualcosa) ed arriva il verdetto: "non sappiamo ancora cosa sia ma è visibilmente malformato, il liquido è aumentato." Il dottore si sbilancia e ci consiglia di intervenire con l'interruzione, ci chiede dove abitiamo e prende lui appuntamento col primario dell'ospedale.

Io poi sbirciando nelle carte vedo una misurazione del femore che mi fa capire che non si sia quasi per niente formato o che comunque la sua crescita si sia arrestata e tanti altri valori terribilmente sotto la lineetta rossa che segna il minimo o terribilmente oltre la lineetta rossa che segna il massimo, insomma ci siamo: sappiamo cosa fare, è finita l'attesa, si è materializzato il temuto dolore ma a quello eravamo preparati no? E, inspiegabilmente mi sento sollevata.

Il giorno dopo siamo all'ospedale dove delle deliziose infermiere mi fanno della analisi e mi accompagnano da delle stupende dottoresse che ci spiegano per filo e per segno come procederà la cosa: prima mi daranno delle pasticche, arriveranno dolori, perdita di sangue (ed embrione) e poi si procederà col raschiamento.
Poi mi chiede, e sarà la prima di quattro a farmi questa domanda, se vorrò vederlo: crollo un po', mi commuovo, le dico no, che non ce la faccio. Mi dice che verranno cremati tutti insieme quelli dell'anno a seconda dei mesi di nascita/morte e "seppelliti" in un cimitero non religioso vicino l'ospedale e che se vorremo, a fine marzo, ci sarà una cerimonia per tutti i "genitori" e riceveremo l'invito a casa. 
Autorizzo a farmi mandare l'invito con la promessa di pensarci, "è importante per l'elaborazione, mi dice la dottoressa. E ci saranno delle foto, se mai deciderai di vederlo in futuro." 
"Sì, in futuro." le prometto. Ma io so che non ce la farò. L'ho immaginato, amato e salutato a modo mio. E così mi basterà.



Il giorno stesso il primario mi riceve e vedermi venire incontro questo mix tra Gianni Morandi e Jerry Lewis, dispiaciuto come se fosse nostro zio, affettuoso che sembrava quasi volesse abbracciarmi, mi ha commossa.
Ha ricontrollato con l'ecografia che ha confermato le ipotesi dei colleghi e anzi, ha chiamato le  colleghe invitandole a guardare, quanto la malformazione fosse evidente.

E tutte facevano una faccia terribile.

La cosa non mi ha dato fastidio, sia perché sono stati molto umani e discreti nell'esternare il loro stupore e il loro dispiacere, sia perché per me è stato un sollievo sapere che stavamo facendo la cosa giusta, l'unica cosa da fare.
Perché, anche se fosse arrivato alla fine dei nove mesi (e lo dubito fortemente) quello non sarebbe stato dare la vita ad un essere umano, ma dare la condanna, la morte.
Pasticcone di RU486 e a casa, ci vediamo tra due giorni.

Due giorni dopo, cioè giovedì, mi ricoverano e tutta speranzosa di finire in giornata prendo posizione nella bella stanza singola, con bagno e tutti i comfort. 
Arriva mia sorella, se ne vanno Andrea e Heidi e inizia il nostro personale travaglio, il nostro "Lost", il nostro incubo. 
La mia personale espiazione, termine che ha riscosso poco successo tra i miei amici: ma ci tengo a specificare, non penso che io abbia da farmi perdonare questa scelta che poi scelta non era ma imposizione, ma che ne so, qualcosa che avrò fatto in una vita precedente. Di molto grave a quanto pare.

Insomma, le pasticche a me non fanno effetto e così da "qualche ora", i giorni diventano due e i dolori si affacciano, leggeri, alla fine del secondo.
Mia sorella si rivela il mio ossigeno: silenzi, massaggi, parole, conforto, il suo profumo, i cazziatoni quando smettevo di respirare, è stata indispensabile.
Il terzo giorno la dottoressa decide di passare agli ovuli vaginali e allora sì che si ragiona: i dolori arrivano e sono forti, dopo quattro ore e con il secondo ovulo tornano e sono, per me, lancinanti.

C'è mia sorella, c'è Andrea, c'è l'infermiera, ci sono i massaggi sulla schiena e ci sono i respiri. Profondi.
Faccio entrare il Blu, lascio uscire il Rosso: così sono sopravvissuta io.

Poi in un attimo è tutto finito.
Nel modo più delicato del mondo i dottori mi aiutano e mi fanno rimettere a letto, mi richiedono se voglio vedere, rispondo di no, mi scuso. E di cosa? Infatti.

Quindici minuti dopo sono in sala operatoria.
Vedo il mondo per la prima volta da una barella: incrociamo visitatori, altri malati, altri infermieri, il chirurgo mi accompagna, mi parla di Roma, mi rassicura, mi dice che ci vorrà mezz'ora.
Arrivati in sala ci accolgono 5, 6 infermieri, mi mettono delle coperte caldissime addosso, scherzano, mi parlano, qualcuno in spagnolo.
Mi attaccano gli elettrodi e mi appoggiano la mascherina sul viso l'anestesista mi dice qualcosa in tedesco che non capisco, me lo ripetono in spagnolo: "como borraccia..."
Ah sì, come ubriac...

Buio.
Luce.

"Frau Addei, alles fertig!" E' passato un secondo come hanno fatto ad operarmi?
Ed invece era passata mezz'ora di meraviglioso oblio ed era davvero tutto finito.
Torno in stanza e trovo sempre loro: mia sorella, Andrea e l'impagabile Heidi che un anno fa non eravamo nemmeno nelle rispettive vite ed oggi è indispensabile, io vaneggio, loro ridono e mi girano un video in cui decanto le doti delle coperte calde della sala operatoria.

E' finito tutto davvero.

Io non lo so se ho sofferto più o meno di un "parto" normale, in teoria meno ma in pratica di più. 
Perché durante il parto sai che lo stai facendo per arrivare a qualcosa di bello, durante un'interruzione sai lo stai facendo solo per finirla, per rimediare ad una distrazione della natura, perché sei stata sfortunata, per ricominciare da capo, per riappropiarti del tuo corpo e della tua vita che da 26 giorni è immersa nel dubbio, nel dolore, nella sofferenza.

Soffri e quella sofferenza ti sembra davvero la beffa, oltre il danno.
Soffri che vuoi solo che finisca tutto.
Soffri che non pensavi fossi in grado di soffrire tanto.
Soffri e sai che alla fine non avrai un bambino da stringere ma solo la tua vita prima di tutto questo. 

Ma la tua vita prima di tutto questo non era poco, era tanto, era bella e tu non vedi l'ora di tornare a stringerla forte, a gustarla, ad assaporarla.

E sopratutto non vedi l'ora di tornare dall'amore di chi non ti ha lasciata mai, nemmeno per un attimo, da sola.




13 commenti:

  1. C'è davvero poco da aggiungere a questo post, cosa vuoi commnetare,si commenta da solo e tu sai benissimo cosa prova chi lo legge, soprattutto se donna se madre se tanto piùgrande di te. E allora oggi, festa della mamma, mi faccio ancora più mamma, non solo di figli pelosi e pallosi ma anche di te riccioluta amica lontana, chè so bene che non ne hai bisogno, chè so bene quanto e quali siano le figure materne che hai accanto ma ne ho bisogno io e ti abbraccio ti sbaciucchio ti coccolo ti pastrugno un po'. Con amore.

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    1. togli i captcha per favore!!

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    2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  2. te l'ho detto da subito, una mamma come te è solo un dono prezioso e io, che sono fortunata ad avere la mia speciale e grandissima, mi prendo pure te e mi faccio coccolare.

    p.s. ora ci provo!

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  3. Avevo inserito un commento, l'ho rimosso perchè nel posto sbagliato, e... l'ho perso. Ho vissuto da poco (e sto ancora vivendo dopo 5 mesi) l'esperienza dell'elaborazione di un lutto. Un abbraccio!!

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  4. Uh, recuperato!!!!!!

    Ciao, ho letto con attenzione e apprezzato le tue parole.

    In un modo o nell'altro, pure in modi differenti, siamo entrambi legati da un evento ancora recente (per me 5 mesi sono stati la settimana scorsa).

    Ovviamente non so cosa possa portare un'esperienza come la tua, ma il lutto è sempre lungo e difficile da elaborare, ad oggi faccio ancora fatica a rendermene conto e ad eliminare tutti i sensi di colpa.

    In poche parole, a dicembre, quasi improvvisamente, è morto mio papà. Era ancora giovane, qualche acciacco per l'età, ma... un infarto, un ictus, una settimana di coma e via, qualcuno chiama, come ha spiegato a mia mamma una psicologa conosciuta per caso (PER CASO????? davvero si fa fatica a crederlo) 2 settimane prima. Psicologa specializzata in... elaborazione dei lutti.

    Ho avuto così modo di tastare con mano quanto sia importante la dedizione e l'umanità di un medico, quando da una parte è un sincero seguace di ippocrate e dall'altra un mero aggiustatore, spesso relegato al ruolo di PR da una sanità che deve seguire criteri aziendali.

    Dico solo, senza dilungarmi oltre, che come hai descritto il tuo personale percorso mi piacerebbe poterlo dire della sanità locale ogni volta che sono costretto ad usufruirne (finora solo due volte, grazie a Dio). Soprattutto riguardo la formazione dei medici e la dignità dei pazienti.

    Un abbraccio, e riprenditi la tua vita, ne hai bisogno tu e tutto il mondo.

    a presto.

    P.S.: Ho dovuto rileggere "Frau Addei" un paio di volte... lo leggevo in tedesco, "Addai". Eccesso di zelo.

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    1. Sono stata fino a ieri Frau Addai, simpatici crucchi! Grazie Mauro, non sapevo di tuo papà, mi stringo a te nel nostro dolore simile.

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  6. Mi dispiace moltissimo per le cose inimmaginabili che ti sei ritrovata a vivere. Mi dispiace anche per aver gioito troppo presto quando avevi dato la bella notizia... Ora capisco l'assenza dal tuo blog.
    Spero tu stia ritrovando la forza! Un abbraccio grande. Valeria

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    1. anche a me dispiace aver gioito presto, ma è stata pur sempre una gioia, no? :) Un abbraccio anche a te!

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  7. Parole che portono tutto il dolore di una grande perdita e l'amore della vita e della speranza
    Essere mamme è anche questo, decidere se stai donando vita o morte perchè i miracoli non esistono
    Un grosso abbraccio

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  8. No, decisamente non esistono. Grazie dell'abbraccio, ricambio. :)

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prego, accomodatevi pure...