lunedì 1 settembre 2014

Basi e passaggi. Ieri e oggi. Andate e ritorni.



Riflettevo con un'amica* sulla spiaggia al tramonto 

o almeno mi sembra che si trattasse di una spiaggia al tramonto, in ogni caso mi piace pensare che questa riflessione che vi sto per raccontare io l'abbia fatta proprio su una spiaggia al tramonto

che forse la condizione dell'emigrante mi è proprio congeniale.

Non mi è capitata per caso, non si è trattato solo di necessità lavorativa, del cercare una vita migliore, della crisi in Italia, della voglia di provare qualcosa di diverso.

Forse in fondo a tutti questi motivi c'è, dolcemente adagiata, quell'affascinante malinconia che la condizione porta con sé, quell'intrinseca nostalgia delle persone care che mi accompagna ogni giorno.

E che mi piace, non posso negarlo. Mi piace sentire delle mancanze, mi piace immaginare, mi piace ricordare. E mi piace fare tutto ciò continuando a vivere.


Ad esempio mi è sempre piaciuto, al ritorno dalle vacanze, guardare per un'ultima volta il panorama (quasi sempre un mare da cartolina) la sera o la mattina, dipende dall'ora in cui ci si rimetteva in macchina per tornare a casa, in ogni caso riuscivo a ritagliarmi qualche minuto per tornare, spesso da sola, ad osservare il luogo che stavo per salutare e per soffermarmi su quel dolore fisico allo stomaco, sulle narici piene dei giorni appena trascorsi, su quel già mi manca, su quel ci vediamo l'anno prossimo.


Ed è così che qualche giorno fa ho guardato per la prima volta Roma. L'ho guardata dal finestrino della macchina che da via Angelo Emo ci ha portati di corsa a Fiumicino, e poi l'ho guardata anche dal finestrino dell'aereo, soffermandomi sul mare che sembrava davvero limpido.

Roma che è sempre stata base solida e che invece, dopo tanti anni si è trasformata improvvisamente in luogo di passaggio, in un posto in cui tornare a leccarsi le ferite, in un posto dove inaspettatamente rilassarsi, in un luogo di amori primitivi e proprio per questo adatto per potersi prendere una pausa dall'amore di oggi. 

Dall'amore totalizzante che pretende un cagnolino complicato come il mio, ad esempio, da quello più delicato ma comunque importante che provo per Gimli.
Dall'amore solido per il mio compagno di vita, dall'amore travolgente per questa città bipolare e sempre nuova in cui viviamo da più di un anno.

Pausa. 

E si torna indietro di vent'anni, di colpo. Vent'anni fa.

Rendersi conto di avere così tanto da ricordare e da raccontare su qualcosa che ha vent'anni, qualcosa che è accaduta vent'anni fa, ti mette di fronte all'età che passa e lo fa in modo molto più deciso di quanto abbia mai fatto un qualsiasi specchio. 

I miei ricordi hanno vent'anni e sono una bella ragazza alle prese con l'università, che ha già la patente da un paio d'anni e che guida il motorino ormai da sei.

I miei ricordi ormai hanno una vita sessuale e assumono un anticoncezionale.
I miei ricordi sono già partiti per un interrail e sperano fortemente di poter partire per l'Erasmus. 
Rendiamoci conto, i miei ricordi sono adulti.

Vent'anni fa: la comitiva da Lolita nei pomeriggi d'estate che non passavano mai, a fare la conta di chi era già partito e chi invece era già tornato e quando parti tu e quando parto io. 
A Fregene con il pullman dell'Acotral bollente e schioppettante sull'Aurelia intasata.

Una cameretta troppo piccola da condividere con una sorella troppo piccola.

E poi, il primo vero amore, in un giorno di (boh diciamo novembre) che si presenta in comitiva con un motorino che faceva un casino incredibile e non vi fate nemmeno tanto caso, che poi tu stai già con un altro che però presto lascerai in un pomeriggio al Gianicolo rifuggendo dai suoi baci adducendo come scusa un originale mi strucchi.
(Forse sarebbe stato più corretto dirgli mi stucchi, beata gioventù.)

Poi il famoso appuntamento in cui si presentò con 25 ore di ritardo che avrebbero dovuto dirmi tutti su quello che sarebbero stati i successivi sei anni. E invece per fortuna non mi disse niente e furono assolutamente faticosi, deliranti, dolorosi, avventurosi ma proprio per questo meravigliosi.

E se vent'anni fa (circa) ad esempio mentre tornavate dal Festivalbar di Napoli e giungeva la notizia della morte di Lady Diana o mentre attraversavate la Sardegna in Vespa, o mentre aspettavi che finisse di modificare chissà quale motorino o peggio ancora mentre cercavate di lasciarvi al telefono, di persona, per lettera, tra le lacrime, le liti, il dolore, entrambi incapaci di staccarsi dall'altro nonostante poi fosse davvero l'unica cosa sensata da fare, se in uno di quei mille momenti qualcuno ti avesse detto che vent'anni dopo lui ti avrebbe aperto le porte della sua nuova casa e della sua nuova vita abitata da una compagna fantastica (*l'amica della spiaggia al tramonto) e un figlio speciale, sveglio, simpatico e felice, tu avresti risposto ma è impossibile!

E invece non è stato affatto impossibile, è stato bellissimo.

Concederci dei giorni insieme, ridere di ciò che è stato, ritrovare dei modi di dire che ancora abbiamo, tornare negli stessi luoghi di quei tempi, ed osservare le nostre vite di oggi: complicate, piene ma felici. E gioire di questo. E sentire fortemente che certi legami, non si dissolveranno davvero mai.


Anche questo è stata la mia vacanza.

Oltre ai miei piatti preferiti cucinati da mamma e papà, al perdermi con la macchina per una Roma vuota, all'amare mia sorella anche nei momenti di odio, all'aperitivo al Pigneto, al non trovare più il Gianicolo (?!) ad un mare toscano bellissimo, al sentire che mi stavo ustionando e non prendere provvedimenti, alle ore ed ore in acqua, ai saluti ai nonni, agli amici di sempre, a quelli che avrebbero voluto ma non hanno potuto, a quelli che passano in sordina e va bene così.

Qui a Berlino il segno dell'abbronzatura stride col cielo che già ne promette delle belle e con le giornate che iniziano ad accorciarsi, io non vedo l'ora di rituffarmi nella routine di un autunno e di un inverno che spero sarà più clemente di quello trascorso. E non parlo di meteo.

Domani torno anche a scuola di tedesco.
Oggi devo fare un ripasso:


Heimweh  (da Heim casa e Weh dolore)  richiama alla mente il dolore che si prova quando si è lontani e si pensa alla propria casa, ai propri affetti.

Fernweh (Fern lontano e Weh dolore) è la nostalgia per dei posti lontani che non si conosce ancora.


Ed io soffro di entrambi oltre alla sempreverde "nostalgia per qualcosa che non vivrai mai" che Baricco non ha avuto di meglio da fare che infilarmi in testa tanti anni fa e per la quale non credo esista ancora una parola in tedesco. 

lunedì 21 luglio 2014

Amico immaginario (non sono immaginario)

-carta da parati vecchia e rovinata- Google- 



C'è questo fatto che i personaggi per me possono essere intercambiabili, possono anche non esserci forse. Quello che conta davvero è ciò che provano.

O semplicemente il personaggio sono quasi sempre io, sono in ogni altra persona che descrivo, così come chiunque può essere me e non me la sento di dire "questo non potrei mai esserlo", questo vorrei non esserlo mai, al limite, quello sì, quello posso dirlo. O devo. O dovrei. Vabbè.

I personaggi. 


Descrivete un personaggio che vorreste essere o che non vorreste essere mai. Ma non qualcosa che siete realmente.

E chi sbuca? 

Lui.
Sono passati così tanti anni dalla prima volta che l'ho incontrato, durante un volo di Pindaro, uno dei tanti.
Poi l'ho ricercato, ho cercato di capirlo, di chiarirmi le idee su di lui, ho cercato di dargli un nome ed una faccia. Ho cercato di fermarlo da qualche parte ma niente. Tutto inutile.


È coerente col suo non voler essere una presenza costante al punto da farmi dimenticare di lui.

Ma oggi è tornato in un baleno e non ho sentito scuse, l'ho fermato, l'ho guardato negli occhi sempre bassi e fastidiosamente sfuggenti e l'ho costretto a rimanere con me per qualche secondo. 

Uomo, 30 anni, magro, solitario, scuro, un po' sociopatico, nessun rapporto con la famiglia, qualche amico con cui però non esce mai.
Forse si droga, ma niente di serio.

Un cane, che è l'unica occasione per uscire di casa, tre brevissime volte al giorno.
Università abbandonata, troppo incostante per avere una qualsiasi relazione umana.
Ormai quasi completamente disinteressato al sesso.

Ecco le visioni. Un ronzio che anticipa sempre un flashback.
Pochi minuti di assenza in cui vede -letteralmente- con gli occhi di un'altra persona, di una ragazza,  per l'esattezza.
"Assorbenti, make-up, discoteca affollata, cocktails con amiche, sesso con un uomo durante in quale vede soltanto la spalliera del letto."

Niente che potrebbe veramente essere nel suo campo visivo o nella sua mente.

Eppure ci sono: ronzio e flashback.
Diventa tutto quasi piacevole, una curiosa abitudine.

[Senza sapere che nell'appartamento accanto, a "lei" succede la stessa cosa e i suoi, di lei, flashback sono

"carta da parati vecchia e rovinata, tv accesa su televendite notturne, un cane, un telefono che nessuno ha voglia di usare, cartine e tabacco."]

Nell'ultima immagine, "lui" è steso a terra, sotto casa.
Non sappiamo se è morto, certo è che è stato investito da un ultimo, beffardo, flashback.
[Come?]


Lui vede un altro uomo con un cane in mezzo alla strada, "forse gli chiedo da accendere", pensa...immenso sforzo di socialità...

Lei è alla guida della sua macchina, non esattamente lucida e ne vede un'altra venirle incontro, si spaventa e perde il controllo.

Bum.

[sta roba gira, gira, gira come una macchina che gira, gira, gira sul GRA di Roma, un GRA insolitamente vuoto aggiungo, e che non riesce ad imboccare un'uscita.
E così, nello stesso sterile modo, gira, gira, gira da anni, questa storia nella mia capoccia.
Io ero lei, ma oggi ho scritto di lui.
Non sono mai riuscita a metterlo per iscritto, questo non è tutto, non è molto ma è un sunto, frutto di 20 minuti di esercizio al corso di scrittura creativa delle Balene.
C'è pure una musica da metterci sotto, che è  questa. Trovo che sia antica il giusto.] 



giovedì 17 luglio 2014

Il ponte bipolare nella Berlino dei pensieri.



Google immagini "Ponte bipolare"

Il ponte dei pensieri.


Che immagine vi viene in mente con un titolo così?
A me è venuto in mente, da brava razionale, un ponte su cui si pensa mentre per la mente che ha partorito questo titolo, era più un ponte fatto di pensieri.


Per la prima volta nella mia vita ho partecipato ad un laboratorio di scrittura creativa e il primo esercizio è stato "pensate ad un titolo, il primo titolo che vi viene in mente. Fatto? Bene. Ora date il titolo alla persona che vi siede accanto. Lavorerete sul titolo pensato dall'altra. Avete circa 10 minuti."

E così è stato. 

Ed io ho scritto questo:


La sera rincaso sempre alla stessa ora.

Ed è sempre alla stessa ora che mi fermo su questo ponte che attraversa il canale.
L'aria è salmastra ma a me sembra fresca, sarà che arrivo qui sempre dopo 8 ore di ufficio e quasi una di treno.

Mi fermo sul ponte: è il mio vezzo, la mia piccola libertà.
So bene che dovrei sbrigarmi a rincasare, che non ho ancora preparato la cena, i bambini reclamano e il cane deve fare pipì ma mi concedo sempre il lusso di fermarmi su questo ponte.
Dove l'aria è salmastra e fredda e verrebbe facile pensare.


Io non lo so se penso, me ne sto lì impalata, a guardare il fiume, ad annusare l'aria.
Anzi, il mio vezzo è proprio provare a non pensare, il mio esercizio è sentire, soltanto sentire. Sentire, ad esempio, la terra che sotto ai miei piedi, vibra al passaggio del treno.

Vado.


Se mi piace? Certo che no.
Difficilmente mi piace ciò che scrivo e soprattutto non ho mai pensato né voluto scrivere niente su un ponte dei pensieri, il mio titolo era Berlino Bipolare. Bello, no?

E poi non so scrivere a comando e non so scrivere racconti di fantasia. So scrivere solo di quanto stia bene, stia male, di quanto intensamente e come stia vivendo qualcosa.

Eppure, qualcosa è uscito.

Eppure, pensando a questo ponte dei pensieri mi è venuto subito in mente un ponte di una stazione della S-Bahn qui a Berlino, una stazione ad Ovest: West qualcosa... Westend o Westkreuz non ricordo bene, ponte su cui non mi sono mai fermata a pensare ma che è stato uno dei primi posti che ho visto qui a Berlino lo scorso anno, non appena trasferiti.

Non è il ponte di Warschauer strasse, nè il famoso 
Oberbaumbrücke, è un posto come un altro, un posto che nessuno va a visitare, un po' anonimo forse.
Ma è arrivato in soccorso e così in dieci minuti ecco venuto fuori un raccontino di senso compiuto.
Io mi ci sono fermata, su quel ponte, ed ho provato a non pensare. Proprio come lei.

Sono soddisfazioni.

Chissà cosa avrei scritto, seguendo la scia della Berlino Bipolare che mi era venuto in mente.
Perché Berlino lo è un po' bipolare: la modiva e la quiete, l'est e l'ovest, il passato e il presente.
E pure io sono un po' bipolare, sarà per questo che ci sto bene a Berlino.

Per esempio, ora ho voglia di cambiare discorso. E mi piacerebbe mi seguiste in questa svolta improvvisa, è facile.

Per esempio l'epilessia. 

L'epilessia di qualcuno che amiamo, potrebbe essere definita come cura contro l'ansia?!
Almeno nel mio caso sta funzionando più o meno così, il mio dover avere tutto sotto controllo se ne va in fumo in una manciata di elettrici secondi.

Un momento prima il tuo cane è lì con te sul letto, sul divano o per terra, forse sta riposando. 

Ed un attimo dopo parte in chissà quale mondo lontano e tu non puoi fare altro che intervenire alla svelta col farmaco ed aspettare. E poi sperare che torni da te il prima possibile. Poi qualche secondo ancora in cui cerca di capire chi è e cosa gli è successo e si aspetta ancora quella manciata di secondi, sperando fortemente che la smetta presto di guardarti come se non ti riconoscesse e poi via....feste a non finire, come se non ti vedesse da anni.
Chissà, forse davvero non ti vede davvero da anni, dopo una crisi.


Niente più piani, niente certezze, può avvenire in un qualsiasi momento.
Niente "pensieri magici": è successo perché ieri gli ho dato due bastoncini in più o perché i vicini hanno esultato per i Mondiali. 

No, macché, non c'è logica alla quale attaccarsi: arriva e basta. 

E nel frattempo ti insegna ad aspettarti tutto e ad essere pronta, a tutto.
E nel frattempo, tutto prosegue e siamo arrivati ad un'altra estate in cui tutto è diverso dalla precedente.
Ponti compresi.


martedì 1 luglio 2014

Un anno normale.

Entra il blu, esce il rosso.
Così ho affrontato quel travaglio che mi portava ad abortire, perché i dolori ci sono stati, inaspettati e forti e chissà come chissà perché, mi è venuto fuori qualche rimasuglio di yoga, palestra, non so nemmeno io bene cosa e mi ha salvata con questa respirazione.

Il blu, che era già venuto fuori parlando con la mia psicologa.

Il blu che è anche il nome del mio adorato canetto Blu.
Che pare corrisponda ad un Chakra specifico. 

Il blu mi ha salvata. E anche Blu, mi ha salvata. 
Blu, col quale sento di avere un legame sempre più forte, grazie anche ad Ilaria, educatrice cinofila/ormai amica che abbiamo incontrato qui e che ci sta aiutando tanto, soprattutto sta aiutando me a non farmi soggiogare dal legame forte che ho con lui.
Legame così forte che mi ha portata a telefonare ad Andrea, durante un comunissimo sabato in cui ero a lavoro e mi prendevo una pausa,  proprio mentre Blu stava avendo una crisi epilettica. Sarà un caso, ma io penso che si tratti di un legame inspiegabilmente forte. Come se mi avesse chiamata, ecco.
E' stato orrendo, tutto è crollato di nuovo, proprio mentre ci stavamo per rialzare, ecco che crolla tutto di nuovo. La reazione c'è stata, immediata e decisa, mi sono fatta aiutare certo da persone stupende che un anno fa non sapevo nemmeno esistessero e senza le quali non ce l'avrei fatta.
Da Heidi che è un angelo custode.
Per fortuna sembrerebbe essere stato solo un episodio, speriamo fortemente che non si verifichi mai più ma di nuovo, dopo pochi mesi, mi sono vista sbattere in faccia l'imprevidibilità, l'impossibilità di avere tutto sotto controllo, il fatto che non si può essere sempre in salute e che sì, esiste pure la morte. O l'ipotesi della stessa.


Non so quanto sia passato dall'aborto, forse un paio di mesi, so però per certo che è passato un anno (e spicci) dal nostro arrivo a Berlino.

Una macchina, un furgone, noi, i nostri cani, i nostri accompagnatori e tanti scatoloni: niente di complicato a ripensarci, ed invece cavolo se è stato complicato organizzare il tutto continuando a lavorare, pregando di avere il meritato stipendio (niente liquidazione, che scherziamo?!) riuscire a salutare tutti (impossibile), non farsi scappare una lacrimuccia (altrettanto impossibile), continuare a dirsi "stai facendo la cosa giusta".

Un anno fa mettevamo piede a Berlino, a Charlottenburg per l'esattezza, dove 
ad aspettarci c'era solo Alessandro mio cognato ed eravamo carichi di tutto e  ci accingevamo a trascorrere una serata assurda con tanto di polizia alla porta di casa per una canna fumata in balcone, vabbè ma questo è solo un colorito aneddoto.

Ma nemmeno nelle fantasie più recondite avrei potuto immaginare un bilancio così positivo e per positivo no, non intendo tutto rose e fiori, ma positivo nel senso di fattibile, possibile, con margine di costante miglioramento.

Andrea che trova lavoro in un giorno.
Noi che troviamo casa con un contratto per tre anni dopo nemmeno un mese.
Io che dopo nemmeno un anno supero brillantemente il livello B1 in tedesco ed ora lavoro a contatto col pubblico parlando solo questa strana lingua.
Che lavoro, tra l'altro, in un posto gestito da persone deliziose, simpatiche, che mi aiutano col tedesco e che mi fanno sentire a casa.
Io che ho quindi, ben due lavori e che fatico un decimo di quando ne avevo solo uno.
Un aborto di mezzo e un'esperienza di quasi cinque mesi di gravidanza, due dei quali molto difficili, durante la quale sono stata aiutata da una sanità eccellente.
Delle persone speciali e bellissime.
La possibilità di avere una vita sociale.

Ci sono anche le cose negative ma non mi piace elencarle, sono in ogni giorno, in ogni frase, fanno parte della quotidianità, se mi fermo a pensarci ne esce una anche adesso ma perché dovrei soffermarmici proprio ora? Ora no.
Tanto sono sempre qui.
E chi non arriva a percepire questo ed ha bisogno di leggere la lamentela o peggio, l'elenco di lamentele, non ha niente da dividere con me.
Il mio bilancio è super positivo e rifarei tutto domani.


Lo so che questo non piacerà a chi è qui da un po' e scoraggia gli altri perché trasferendosi invece che 10 scatoloni di libri come ho fatto io, s'è portato dietro un orticello.
E sia chiaro, parlo di scoraggiare in modo stupido, non sensato, banale: è verissimo che è difficile, che senza lingua non fai nulla, che per riuscire ad avere una casa in affitto devi fare i salti mortali (o più semplicemente devi dimostare di essere affidabile economicamente), ma se ce l'abbiamo fatta noi e tanta altra gente, come si può dire che è impossibile?



Poi non piacerà nemmeno a quelli che stanno qui, stanno bene qui ma fa tanto figo denigrare il posto in cui vivono e in cui stanno bene o in cui stanno meglio. Perché se ci stai, mi viene da pensare che tu ci stia meglio, oder?

Poi non piacerà nemmeno a chi è ancora in Italia e giudica le mie parole faziose, scoraggianti,  non piacerà a chi mi ha accusata (non ridete) di essere passata dalla parte del colonizzato, a discapito del colonizzatore. Gente che mi conosce anche un po' eh, ma niente, quando la capoccia fa corto circuito succede pure questo.
A chi afferma che scappare è facile, resta e lotta. Come se avessero mai davvero lottato. 
Come se mi fosse mai venuto in mente di dire che chi rimane sbaglia, come se mi fossi mai permessa di giudicare. Ma che cazzo ve dirà la testa, boh.

Non piacerà a chi ama vedere "le case crollare", ma pazienza.

So invece che piacerà a Giordano, a Betta, a Giustina, a mia sorella, ai miei genitori, a Laura e Chiccola, a Ramona, a Fabri, Gio, Fabio ed Emi, a Simona, a Ginevra, a Massi e Sara, Claudio e Francesca, Davide e Jenny, a tanta gente che conosco (ancora) solo virtualmente e poi basta perché è impossibile elencare tutte le persone che ci sono state vicine senza dimenticare qualcuno e fare quindi una figura di merda. Piacerà a voi, che state ridendo, che siete felici per come ci sono andate le cose e ci siete stati accanto quando le cose andavano male.

Ora mi vesto e mi preparo, ho una lavatrice da ritirare, c'è il sole e più tardi vado dalla psicologa perché quella serenità che leggete spesso, che vi fa gioire o vi infastidisce, che non capite, che deridete, alla quale non credete o che invidiate, non è altro che un lavoro. Un durissimo e quotidiano lavoro. 

domenica 25 maggio 2014

Ricomincio. E da qualche parte bisogna pure farlo.


Non sarà mai una vera blogger e lo dice il fatto che continuo a postare di domenica, col sole, a fine maggio, quando non c'è nessuno davanti al pc.
Ma me ne fotto come del resto ho sempre fatto e stamattina ne ho bisogno.
Vivo di urgenze e cerco di assecondarle tutte, nei limiti della decenza, e lo faccio perché me lo merito.
A volte la gente mi guarda come se fossi fortissima perché dopo sole due settimane, anzi in realtà dal giorno dopo, parlo tranquillamente di quello che mi è successo, del dolore, anche di quello fisico e se l'interlocutore regge e merita, scendo anche nel dettaglio più cruento. 
Ed anche in quello più tragicomico, senza paura di essere fraintesa. 
Però le persone non sanno che spesso tendo a NON parlarne, anzi a NON pensarci nemmeno e che è tutto un esercizio doloroso, il riuscire a farlo.
Se seguissi il mio istinto questa storia verrebbe seppellita sotto una montagna di vita, di nuovi progetti, di cose da fare, musica, parole, cinema, amici, famiglia, amore e feste ma nel mio profondo riconosco la pericolosità di una mossa del genere e la evito, perché nel mio profondo so che il mio (nostro) aborto c'è stato e c'è. Il mio feto malato nella pancia c'è stato ed ora non c'è più e far finta di niente sarebbe costruire un palazzo su un terreno instabile, sarebbe da incoscienti.
Quindi si elabora, e lo si fa come si può. 

Fin'ora non avevo mai avuto il bisogno di rinascere, e non sapevo davvero da che parte iniziare, allora mi sono ascoltata e ho pensato a cosa il mio corpo chiedeva in quel momento, quindi:

Cammino tanto e mangio proteine, bevo due litri di acqua al giorno, la notte mi alzo per fare pipì, ho ridotto i dolci e i carboidrati ma non vedo l'ora di bere qualcosa a base di alcool. Vado da una psicologa bravissima (e questo mi sento di consigliarlo davvero a chiunque senta di non farcela da solo) e voglio dimagrire. Ma voglio anche godermela, sarà dura trovare il compromesso.

E' come se da quel parto che in realtà vivo come la morte di un progetto, io sia nata nuovamente: a 37 anni, sono venuta di nuovo alla luce abortendo il mio tentativo di confermarmi madre.
Di confermarmi, perché lo sono stata madre, anche se per soli quattro mesi, anche se non ho avuto pannolini e notti insonni, sorrisi, latte e gioia infinita sono stata madre a modo mio, per quello che mi è stato concesso, accettando con un'inaspettata serenità la sorte che probabilmente non lo sarei diventata davvero, non a questo giro.
Decidendo con dolore e razionalità, da madre, che non avrei dato la vita ad un figlio malato che forse sarebbe morto poco dopo aver visto la luce o che forse sarebbe sopravvissuto per galleggiare in una non vita senza speranza.
Forse non era il giro giusto. 
Sicuramente non lo era.

E quando dico che la mia vita era bellissima anche prima dell'idea di un figlio, quando dico che la mia vita sarà bellissima anche senza un figlio, lo penso davvero. Non è consolatorio.
Così come la mia vita era completa anche prima del matrimonio: é il mio stare alla larga dalle convenzioni che mi fa vivere sempre pienamente, senza bisogno di essere all'altezza di nessuna aspettativa, né di rispettare passaggi, né niente.
Vivere e basta, vivere quello che viene.

E la mia filosofia un po' cazzona che non merita nemmeno di essere chiamata così, mi ha salvata anche in questo frangente. 

E anche le parole mi hanno salvata: quelle scritte, quelle non scritte, quelle dette, quelle non dette e quelle lette. 


domenica 11 maggio 2014

Un mese e un giorno. Di aborti e attese.

Non si parla tanto di interruzioni di gravidanza, o meglio non si parla di quello che si vive, di quel che si sperimenta.
O forse se ne parla, non lo so. So che ho bisogno di scriverne.
Inizio dicendo che oggi è 11 maggio e spero di poter dichiarare chiuso il periodo più brutto della mia vita.

Il 10 aprile e cioè alla 12ima settimana e qualcosa, la ginecologa con la Transnucale ha rilevato un'anomalia secondo lei abbastanza grave, ha cambiato immediatamente espressione del volto, ha fatto rifare l'esame ad una sua collega che ha confermato il tutto, ci hanno mandato di corsa in un centro diagnostico, prendendo gentilmente appuntamento per noi "subito", per noi che storditi, con una conoscenza minima della lingua, frastornati, agghiacciati, sconvolti non ricordavamo nemmeno come eravamo arrivati fino a Spandau.

In quelle prime ore penso di aver elaborato il mio lutto, io e Andrea, gli unici che potevano capire che camminiamo tenendoci l'uno all'altra, gli occhi annebbiati, la mente offuscata. Io ricordo chiaramente di aver vissuto il tutto attraverso una patina, un filtro, forse solo un aiuto per non impazzire: abbiamo  così raggiunto questo centro dove ci hanno accolti velocemente e con molta gentilezza (la stessa che ho riscontrato fino alla fine di questa terribile avventura).

Il dottore effettua un'analisi dei liquidi, da quel che capisco infatti la Transnucale è risultata alta perché c'era un liquido nella testa (idrope fetalis) e anche nel corpo, inoltre trova la crescita un po' sballata e il cuore molto veloce, ci consiglia di tornare il giorno dopo per parlare con la Pediatra Genetista e per fare l'Amniocentesi:  non si sbilancia ma ci dice che le possibilità che sia gravemente malformato sono altissime.
Probabilmente si tratta di Trisomia 13.


Torniamo a casa, quasi arresi alla terribile evidenza.

Il giorno dopo siamo ancora lì al centro e nel frattempo siamo riusciti a mangiare e dormire, nonostante tutto, fermandoci a riflettere su come la vita e le sue funzioni primarie vadano comunque avanti, inesorabili. Anzi scegliere il posto dove mangiare qualcosa di buono era l'unico momento simile ad un momento normale.

Io non mi tocco più la pancia, a fatica riesco a lavarmi è come se avessi messo una tavola di legno sotto il mio seno e un'altra  a metà delle mie cosce. Quello che c'è in mezzo (la vita, il calore, l'intimità)  sono in standby, sono lì ma non sono lì proprio come quell'embrione al quale ho dovuto cambiare nome: da bambino è regredito ad embrione. 

Per forza di cose.

La genetista ci fa una lezione di genetica umana, in tedesco, in cui ci spiega lo svolgimento dell'Amniocentesi e della Villocentesi (poi di fatto mi faranno la seconda) e tutti i possibili risultati che  potrebbero uscire dall'analisi e anche tutte le possibili evoluzioni della situazione:
1) può essere genticamente sano ma lo sviluppo andare male,

2) può essere geneticamente malato e TUTTE le possibilità che questo comporta (la sindrome di Down appare come una passeggiata di salute),
e varie altre combinazioni, varie sindromi, ecc. ma la Trisomia 13, data la settimana di gestazione e quello che vedono, resta quella su cui scommettono.
Mi infilano questo agone nella pancia e vai di ecografia, io cerco di non guardare più il monitor e il piccolo che si muove, raccomando Andrea di non farlo ma lui è più forte di me e lo guarda.
Dopo l'analisi ci portano mezz'ora nella "stanza della calma", dove posso sdraiarmi e stare un po' lì, poi nuova ecografia e la frase che io vivo come speranza ma che forse speranza non voleva essere: "se è malato interrompe, sennò no. E' malato al 90% ho detto, non al 99%."

Torniamo a casa, altre ore di attesa ed angoscia, il sabato pomeriggio mi telefona il dottore: "ottime notizie, NON è Trisomia".
I cromosomi sono nel numero giusto, ora però va controllato che siano TUTTI a posto anche strutturalmente.

Voi davvero sareste riusciti a stare senza illudervi? Io un po' l'ho fatto, ci ho sperato, ho mantenuta viva la mia elaborazione del lutto e i miei pensieri sull'eventuale interruzione ma un po' mi sono lasciata illudere, forse per andare avanti.


Passo dopo passo.
Al centro mi consigliano la loro psicologa ma io, dopo la fatica di parlare di una cosa così importante con mio tedesco, avverto forte l'urgenza di potermi esprimere nella mia lingua e così vado da una psicologa italiana che opera qui a Berlino.

Passano così due settimane (14ima settimana e qualcosa) durante le quali ogni tanto parlo alla pancia e ci appoggio una mano sopra, gli dico di capirmi che io gli voglio bene ma non posso affezionarmi più di così, poi mi arrabbio e lo chiamo "Feto Egocentrico che si riempie la testa di liquido per attirare l'attenzione", lo chiamo Stewie dei Griffin che già mi odia, ci scherzo su, del resto lo sappiamo da tempo che ognuno si salva come può. 


Tutto va avanti galleggiando in questo limbo fatto di parole con amici, vicinanza, racconti, conforto, whattsapp, skype, ansia, lacrime, assurda normalità fino alla successiva ecografia in cui "non ci sono miglioramenti purtroppo, dobbiamo ancora aspettare per essere certi."

Io spiego al dottore che sono preparata all'eventualità dell'interruzione ma voglio sapere cosa ha, e sopratutto essere certa che abbia davvero qualcosa.
Ma il dottore lo sapeva già.
E mi rassicura che non appena avrà una diagnosi certa me la comunicherà.
Ma io lo sapevo già.


Passano le altre due settimane (16ima settimana e qualcosa) ed arriva il verdetto: "non sappiamo ancora cosa sia ma è visibilmente malformato, il liquido è aumentato." Il dottore si sbilancia e ci consiglia di intervenire con l'interruzione, ci chiede dove abitiamo e prende lui appuntamento col primario dell'ospedale.

Io poi sbirciando nelle carte vedo una misurazione del femore che mi fa capire che non si sia quasi per niente formato o che comunque la sua crescita si sia arrestata e tanti altri valori terribilmente sotto la lineetta rossa che segna il minimo o terribilmente oltre la lineetta rossa che segna il massimo, insomma ci siamo: sappiamo cosa fare, è finita l'attesa, si è materializzato il temuto dolore ma a quello eravamo preparati no? E, inspiegabilmente mi sento sollevata.

Il giorno dopo siamo all'ospedale dove delle deliziose infermiere mi fanno della analisi e mi accompagnano da delle stupende dottoresse che ci spiegano per filo e per segno come procederà la cosa: prima mi daranno delle pasticche, arriveranno dolori, perdita di sangue (ed embrione) e poi si procederà col raschiamento.
Poi mi chiede, e sarà la prima di quattro a farmi questa domanda, se vorrò vederlo: crollo un po', mi commuovo, le dico no, che non ce la faccio. Mi dice che verranno cremati tutti insieme quelli dell'anno a seconda dei mesi di nascita/morte e "seppelliti" in un cimitero non religioso vicino l'ospedale e che se vorremo, a fine marzo, ci sarà una cerimonia per tutti i "genitori" e riceveremo l'invito a casa. 
Autorizzo a farmi mandare l'invito con la promessa di pensarci, "è importante per l'elaborazione, mi dice la dottoressa. E ci saranno delle foto, se mai deciderai di vederlo in futuro." 
"Sì, in futuro." le prometto. Ma io so che non ce la farò. L'ho immaginato, amato e salutato a modo mio. E così mi basterà.



Il giorno stesso il primario mi riceve e vedermi venire incontro questo mix tra Gianni Morandi e Jerry Lewis, dispiaciuto come se fosse nostro zio, affettuoso che sembrava quasi volesse abbracciarmi, mi ha commossa.
Ha ricontrollato con l'ecografia che ha confermato le ipotesi dei colleghi e anzi, ha chiamato le  colleghe invitandole a guardare, quanto la malformazione fosse evidente.

E tutte facevano una faccia terribile.

La cosa non mi ha dato fastidio, sia perché sono stati molto umani e discreti nell'esternare il loro stupore e il loro dispiacere, sia perché per me è stato un sollievo sapere che stavamo facendo la cosa giusta, l'unica cosa da fare.
Perché, anche se fosse arrivato alla fine dei nove mesi (e lo dubito fortemente) quello non sarebbe stato dare la vita ad un essere umano, ma dare la condanna, la morte.
Pasticcone di RU486 e a casa, ci vediamo tra due giorni.

Due giorni dopo, cioè giovedì, mi ricoverano e tutta speranzosa di finire in giornata prendo posizione nella bella stanza singola, con bagno e tutti i comfort. 
Arriva mia sorella, se ne vanno Andrea e Heidi e inizia il nostro personale travaglio, il nostro "Lost", il nostro incubo. 
La mia personale espiazione, termine che ha riscosso poco successo tra i miei amici: ma ci tengo a specificare, non penso che io abbia da farmi perdonare questa scelta che poi scelta non era ma imposizione, ma che ne so, qualcosa che avrò fatto in una vita precedente. Di molto grave a quanto pare.

Insomma, le pasticche a me non fanno effetto e così da "qualche ora", i giorni diventano due e i dolori si affacciano, leggeri, alla fine del secondo.
Mia sorella si rivela il mio ossigeno: silenzi, massaggi, parole, conforto, il suo profumo, i cazziatoni quando smettevo di respirare, è stata indispensabile.
Il terzo giorno la dottoressa decide di passare agli ovuli vaginali e allora sì che si ragiona: i dolori arrivano e sono forti, dopo quattro ore e con il secondo ovulo tornano e sono, per me, lancinanti.

C'è mia sorella, c'è Andrea, c'è l'infermiera, ci sono i massaggi sulla schiena e ci sono i respiri. Profondi.
Faccio entrare il Blu, lascio uscire il Rosso: così sono sopravvissuta io.

Poi in un attimo è tutto finito.
Nel modo più delicato del mondo i dottori mi aiutano e mi fanno rimettere a letto, mi richiedono se voglio vedere, rispondo di no, mi scuso. E di cosa? Infatti.

Quindici minuti dopo sono in sala operatoria.
Vedo il mondo per la prima volta da una barella: incrociamo visitatori, altri malati, altri infermieri, il chirurgo mi accompagna, mi parla di Roma, mi rassicura, mi dice che ci vorrà mezz'ora.
Arrivati in sala ci accolgono 5, 6 infermieri, mi mettono delle coperte caldissime addosso, scherzano, mi parlano, qualcuno in spagnolo.
Mi attaccano gli elettrodi e mi appoggiano la mascherina sul viso l'anestesista mi dice qualcosa in tedesco che non capisco, me lo ripetono in spagnolo: "como borraccia..."
Ah sì, come ubriac...

Buio.
Luce.

"Frau Addei, alles fertig!" E' passato un secondo come hanno fatto ad operarmi?
Ed invece era passata mezz'ora di meraviglioso oblio ed era davvero tutto finito.
Torno in stanza e trovo sempre loro: mia sorella, Andrea e l'impagabile Heidi che un anno fa non eravamo nemmeno nelle rispettive vite ed oggi è indispensabile, io vaneggio, loro ridono e mi girano un video in cui decanto le doti delle coperte calde della sala operatoria.

E' finito tutto davvero.

Io non lo so se ho sofferto più o meno di un "parto" normale, in teoria meno ma in pratica di più. 
Perché durante il parto sai che lo stai facendo per arrivare a qualcosa di bello, durante un'interruzione sai lo stai facendo solo per finirla, per rimediare ad una distrazione della natura, perché sei stata sfortunata, per ricominciare da capo, per riappropiarti del tuo corpo e della tua vita che da 26 giorni è immersa nel dubbio, nel dolore, nella sofferenza.

Soffri e quella sofferenza ti sembra davvero la beffa, oltre il danno.
Soffri che vuoi solo che finisca tutto.
Soffri che non pensavi fossi in grado di soffrire tanto.
Soffri e sai che alla fine non avrai un bambino da stringere ma solo la tua vita prima di tutto questo. 

Ma la tua vita prima di tutto questo non era poco, era tanto, era bella e tu non vedi l'ora di tornare a stringerla forte, a gustarla, ad assaporarla.

E sopratutto non vedi l'ora di tornare dall'amore di chi non ti ha lasciata mai, nemmeno per un attimo, da sola.




sabato 5 aprile 2014

Primi Tre Mesi

Lo so che ve lo state aspettando, o che lo state temendo o che non ve ne frega niente perché vi siete già dimenticati di me  ma in ogni caso vi rassicuro:
no, non trasformerò questo in un blog per mamme emigrate a Berlino, state sereni.

Ce ne sono già tanti di blog di mamme, forse troppi. Alcuni fatti molto bene, altri che invece farebbero bene a chiudere domani ma questo discorso ritengo che valga un po' per tutte le informazioni sulla gravidanza (e salute in generale) che si trovano in rete. Per carità.



È che siamo abitate, da queste parti e nonostante non ne abbia fatto un mistero fin dall'inizio non rispettando quella buona abitudine di tacere fino al (alla fine?) del terzo mese, sul blog non ne avevo scritto mai. Ed eccomi oggi, pronta a provvedere, lungi da me voler dare consigli: non troverete qui niente di utile probabilmente, se non la mia esperienza e no, non sarà un diario e non troverete nemmeno i termini in tedesco perché ho pensato bene di trovarmi una ginecologa tedesca ma parlante italiano.
Se a questo punto state ancora leggendo, mi sento di dirvi che vi voglio bene.

Come forse saprete, o forse no, viviamo a Berlino da 9 mesi e qualcosa e a Roma facevo un lavoro molto stressante fatto di ore di macchina, traffico, cose molto pesanti da trasportare e bambini (vedevo e conoscevo i nomi e i caratteri, di circa 300 mocciosi a settimana): insegnante di Teatro nelle scuole materne. 

Fare figli non è mai stato il mio "sogno nel cassetto", così come non lo è mai stato sposarmi e nessuna di queste cose che dette così sembrano dipingere una vita perfetta e felice ma che sappiamo bene, a volte servono solo a mascherare tutto quello che manca (oggi è nuvoloso, abbiate pazienza). 
Il mio non aspettarmi niente però mi ha portato un sacco di cose belle e per quanto faccia figo dipingersi come irrisolte e complicate (quanto acchiappavo all'epoca), in realtà sono serena e sempre confusa, ma non quel confuso che rovina tutto, che credo sia  lì che risieda la vera differenza.

Sto bene. E stavo bene anche 3 mesi fa, per capirci, ed è forse proprio per questo che ci siamo detti per l'ennesima volta: ci proviamo? Sarebbe divertente avere un frugoletto nella vita. Qualcuno da far crescere coi nostri cani, qualcuno in cui intravedere i miei (o i suoi occhi) e il mio (speriamo il suo) carattere.


Prove tecniche di fecondazione


Già a Roma ci avevamo provato e per provato intendo avuto rapporti nei giorni fertili, ma solo un paio di volte (nei giorni giusti, state sereni) ma diciamocelo, quando scavalli i 33, per non parlare dei 35 e sei addirittura sposata da 3, 4 anni gli sguardi della gente ti dicono: "guardala, la povera sterile", nessuno mette in conto che forse non vuoi figli, che forse vuoi aspettare (ma che vi frega a voi se voglio aspettare fino a che non mi si secchino le uova?), che forse hai paura a mettere al mondo un figlio con un marito disoccupato e tu che lavori come un mulo e quegli sguardi, uniti alla paranoia che ti accompagna da quasi sempre si insinuano dentro di te che ti guardi la mattina dicendo: "chissà se ce la farò mai?" e pure se senti che non è quella la cosa essenziale, che non hai bisogno di sdoppiarti per essere completa, pure se non hai la maternità che ti sgorga dai pori della pelle come colostro dalle tette, ti imparanoi e arrivi a pensare che sicuro sei sterile. Così, senza aver provato almeno un anno ad aver rapporti nei giorni fertili (così le ginecologhe serie consigliano di fare)  o aver fatto un'analisi. 


Poi metti in un angolo l'idea e tutte le idee che riguardano la gravidanza e  partorisci quella del trasferimento, arrivi a Berlino in 6 mesi la tua vita trova quell'equilibrio economico che non ha avuto mai e arriva il 2014, finalmente i parenti (scherzo, mi mancate sempre) dopo le feste di Natale se ne tornano a casa, vi riguardate e vi dite: "vabbè, ci riproviamo?!"


Un bel giorno vai su Google e metti il giorno dell'ultima mestruazione (per carità, non fate come, fate le serie e andate da un ginecologo.) ti esce questa bella data in un verde fertile che ti dice che sei fertile come un campo di grano (ma io sicuramente sarà sterile, che ne sa Google?), adeschi tuo marito senza dirgli nulla dei piani di sdoppiamento perché pensi sia inutile infilarlo in un'inutilissima competizione in cui l'ansia potrebbe avere la meglio e quando a cose fatte invece di scattarti un selfie ti metti a cianche all'aria  come quando hai le gambe gonfie (aho su Forum al Femminile lo fanno tutte!) e lui ti chiede "ma che stai a fa?!", tu glielo spieghi e lui ride.

(ridi, ridi!) 


Il ciclo ritarda, non che tu sia proprio un orologio ma una settimana è tanto e lì arriva la Paranoia che ti dice: "certo, ora con l'ansia non ti arriverà il ciclo ma  non rimarrai incinta e rimarrai incastrata in questo limbo per sempre" fino a che il 14 febbraio (poi dite che non sono romantica) salto la scuola, mi sentivo tanto Sara della canzone di Venditti, compro uno Schwangerschaftstest vado al bagno col telefono,  Blu al solito viene con me e si mette sul tappetino del bagno a fare la guardia e mi Whattsappo con Laura e Chiccola e dico loro che sono pronta ma non mi scappa la pipì, mi suggeriscono di bere (certo che tante volte sono un genio eh?) ed ecco queste gocce benedette, appoggio il test sul lavabo e aspetto. Ma che aspetto, bugiarda, lo fisso. E in due secondi -------

                                                                                                -------

due belle e nitide lineette. 


Senza aspettare la cena e che lui  torni a casa e fargli trovare un bel foglio con su scritto bentornato Papà, anni ed anni di film e serie tv buttate nel cesso, lo chiamo e gli dico:" MI SA CHE MI DEVO FARE LE ANALISII! IL TEST È POSITIVO!", che poetica eh? E lui inizia con la settimana della paresi nella quale si aggirerà sotto schock per casa sorridendo come un ebete. 

"Hai capito?! E io che non te davo una lira!", lo apostrofai subito dopo, rivolgendomi alle sue parti basse. 


Subito dopo di lui, chiamo una ragazza che é anche mamma, mai vista e conosciuta che leggo tramite Facebook, che vive qua a Berlino e che gentile, veloce e superefficente mi dice cosa fare. Cioè trovati una ginecologa perché qua fai tutto da una e non devi sbatterti in giro a fare analisi come in Italia.

Trascorro una settimana a dormire, cosa che in realtà credo di aver iniziato a fare dal concepimento, a chiedermi se il test non si sia sbagliato, a guardare il test (?!) a chiedermi quanti falsi positivi esistono, se non sarò troppo vecchia, se non sarò stata troppo frettolosa (sì, le ultime due cose si contraddicono ma ero in stato confusionale, che volete?) e ad andare a scuola dove le mie amiche già sapevano tutto da prima di me ed aspettavano solo la conferma del test, arrabbiate perché non l'ho voluto fare con loro al bagno durante la pausa. La regressione galoppante.


Prima visita (6 settimane) 


Come accennato ho scelto di vincere facile e mi sono scelta una dottoressa italiano parlante, anche se ormai conosco  abbastanza il tedesco, conosco anche le mie paure e io le cose le voglio capire bene: belle o brutte che siano.


Voi avete idea del terrore che i Primi Tre Mesi mettano? I Primi Tre Mesi sono un mostro a Tre Teste (pessimo esempio per una gravida, complimenti!) sono l'Orrore, sono mille racconti di conoscenti ed amiche, sono statistiche che non sai come ma ne sei venuta a conoscenza, sono poi un incubo se sei una over35.

E io decido di combattere i PTM parlandone e scrivendone e placando la mia ansia convincendomi che non esistono superstizioni ma scienza -oltre a tanta positività che, vi potrà sembrare una contraddizione ma nonostante la paura non mi manca affatto e che se qualcosa dovrà andare male lo farà a prescindere che tu abbia tenuto il segreto di Fatima o lo abbia scritto su Facebook. Io credo che ognuno debba scegliere quello che lo fa stare meglio e condividere e sdrammatizzare e ricordarmi sempre chi sono, fa stare bene me.

Mi sdraio sul lettino, dopo che con la dottoressa abbiamo parlato dei flussi migratori di Italiani a Berlino, mi fa una transvaginale e vedo una macchia nera in quel coso grigio che dovrebbe essere il mio utero. 

Ovviamente Paranoia mi aveva riportato alla mente quanti casi di  gravidanze extrauterine esistono e vogliamo non spaventarci un po'? Vogliamo non metterlo in conto? Figuriamoci. Così quando vedo quel Pallocco-a, fino ad allora soprannominato PocoPiùCheSperma non mi permetto di gioire fino a che la Dottoressa non pronuncia le seguenti parole: "ed è esattamente come e dove dovrebbe essere!" e via, le lacrime arrivano quando pensavo di essere non più evidentemente sterile ma comunque arida di cuore ed invece no, ero (sono) solo spaventata.

Grande gioia e felicità, esiste, è qui dentro, è un Pallocco-a!

Continuo la scuola, anzi la finisco e tra stanchezza e quella strana sensazione di dimenticarmi di essere incinta terminata in concomitanza con l'inizio di quel  fastidio allo stomaco come se fossi sempre appena tornata da un festino e un sapore diciamo metallico in bocca, si va avanti: lunghe passeggiate con Blu e voglia di Toast al prosciutto cotto e sottiletta.

Do l'esame per il B1 in tedesco senza aver studiato mai dopo la fine della scuola, penso di essere andata bene ma, diciamolo, la priorità ce l'ho dentro. Ed è una sensazione strana il fatto che tutte le cose pratiche, gli impegni, i doveri  vadano a finire in secondo piano. 

Blu lo sa, ha fatto il test con me e si sdraia col testone sulla pancia.

Seconda visita (9 settimane)


Ok, c'è ed è lì ed ora torniamo dalla dottoressa per controllare come procede, non mi hanno chiamata per le analisi del sangue segno che, visto che qui ti avvertono solo in caso di valori sballati, nonostante i kili in più e l'ipocondria non sono poi così messa male. Vecchia carcassa sfiduciata che non sei altro.

Spesso la misurazione può essere errata e quindi mi comunica che siamo a 9 settimane e non a 10, ahhhh orrore, una settimana in più nei maledetti PTM vabbè, ma ora quello che mi interessa è se il cuore batterà o no. 
Perché ovviamente vuoi non googolare ad una settimana dalla visita "decima settimana"? E vuoi non leggere i commenti? E vuoi che il primo commento non sia "alla decima settimana il suo cuoricino ha smes..." vabbè avete capito? 
Eccheccazzo, io lo so so che non si deve googolare, lo so che sono cose che purtroppo capitano e che sono dolori immensi che cambiano la vita di una donna: ma lo devi scrivere proprio in TUTTI i commenti di TUTTI i forum che trattano della materia? Boh, forse sì.
Vabbè, con l'ansia del cuore (immotivata, ci tengo a precisarlo!) andiamo a farci fare questa seconda trans (è sempre l'ecografia transvaginale, non decidiamo di placare l'ansia con un po' di sesso estremo a pagamento) e vediamo un gamberone, un fagiolone metà testa e metà corpo. Andrea un po' guarda e un po' distoglie lo sguardo e quando lei dice le fatidiche parole: " e questo è il cuore...vedete come batte?" ed io stupita, stupida e felice: "ah...batte?!" che quella avrà pensato che sono una matta: " e certo che batte!!!!"
Andrea ha finito i fazzolettini della dottoressa che lo guarda intenerita e gli dice che lo trova simpatico. 
Poi mentre lui voleva bere alcool alle 10 di mattina, io aspettavo la seconda misurazione della pressione visto che da brava cogliona quando me la misurano lì sembro un vecchio alcoolizzato. Ed invece è solo ansia.

Mando l'ecografia a tutti e mi rilasso, mi faccio rimisurare la pressione che è ok. La prossima volta faremo la translucenza nucale più analisi del sangue e sarà la seconda cosa a pagamento dall'inizio della storia oltre alla toxoplasmosi che qua pare non si faccia molto, per il resto tutto gratis. Non prendetemi per cinica, ma sono cose importanti.


Comunque a me sembra già carino-a, con le guanciotte morbide ma in realtà è un fagiolone viscido.

Per i nomi siamo in alto mare, tanto deciderò io ghghghgh e la pancia inizia a farsi vedere, vero pure che avevo preparato il nido con anticipo.

Ora siamo quasi alla 12ema settimana, quindi quasi alla fine di questi PTM e tra qualche giorno faremo la prossima visita. Sono stata una stupenda settimana a Roma a farmi coccolare, a chiaccherare, a farmi fare i complimenti, a farmi dire "ammazza che panza che c'hai già!",a mangiare, a farmi amare, a fare la figlia prima di diventare mamma.


Mi dispiace non essere incinta a Roma? Solo ed esclusivamente per gli affetti e la famiglia, anche se qui per fortuna non posso dirmi sola, mentre per la sanità per ora sono soddisfatta e fiduciosa.  Senza parlare del fatto che ho la sensazione, che se fossimo rimasti a Roma non sarebbe stato così facile, non alla prima botta, ecco.


Poi sono tornata dai miei amori e alla mia nuova vita, ho ripreso il corso e sto qui: ripiena, curiosa, spaventata, felice e positiva.