Entra il blu, esce il rosso.
Così ho affrontato quel travaglio che mi portava ad abortire, perché i dolori ci sono stati, inaspettati e forti e chissà come chissà perché, mi è venuto fuori qualche rimasuglio di yoga, palestra, non so nemmeno io bene cosa e mi ha salvata con questa respirazione.
Il blu, che era già venuto fuori parlando con la mia psicologa.
Il blu che è anche il nome del mio adorato canetto Blu.
Che pare corrisponda ad un Chakra specifico.
Il blu mi ha salvata. E anche Blu, mi ha salvata.
Blu, col quale sento di avere un legame sempre più forte, grazie anche ad Ilaria, educatrice cinofila/ormai amica che abbiamo incontrato qui e che ci sta aiutando tanto, soprattutto sta aiutando me a non farmi soggiogare dal legame forte che ho con lui.
Legame così forte che mi ha portata a telefonare ad Andrea, durante un comunissimo sabato in cui ero a lavoro e mi prendevo una pausa, proprio mentre Blu stava avendo una crisi epilettica. Sarà un caso, ma io penso che si tratti di un legame inspiegabilmente forte. Come se mi avesse chiamata, ecco.
E' stato orrendo, tutto è crollato di nuovo, proprio mentre ci stavamo per rialzare, ecco che crolla tutto di nuovo. La reazione c'è stata, immediata e decisa, mi sono fatta aiutare certo da persone stupende che un anno fa non sapevo nemmeno esistessero e senza le quali non ce l'avrei fatta.
Da Heidi che è un angelo custode.
Per fortuna sembrerebbe essere stato solo un episodio, speriamo fortemente che non si verifichi mai più ma di nuovo, dopo pochi mesi, mi sono vista sbattere in faccia l'imprevidibilità, l'impossibilità di avere tutto sotto controllo, il fatto che non si può essere sempre in salute e che sì, esiste pure la morte. O l'ipotesi della stessa.
Non so quanto sia passato dall'aborto, forse un paio di mesi, so però per certo che è passato un anno (e spicci) dal nostro arrivo a Berlino.
Una macchina, un furgone, noi, i nostri cani, i nostri accompagnatori e tanti scatoloni: niente di complicato a ripensarci, ed invece cavolo se è stato complicato organizzare il tutto continuando a lavorare, pregando di avere il meritato stipendio (niente liquidazione, che scherziamo?!) riuscire a salutare tutti (impossibile), non farsi scappare una lacrimuccia (altrettanto impossibile), continuare a dirsi "stai facendo la cosa giusta".
Un anno fa mettevamo piede a Berlino, a Charlottenburg per l'esattezza, dove ad aspettarci c'era solo Alessandro mio cognato ed eravamo carichi di tutto e ci accingevamo a trascorrere una serata assurda con tanto di polizia alla porta di casa per una canna fumata in balcone, vabbè ma questo è solo un colorito aneddoto.
Ma nemmeno nelle fantasie più recondite avrei potuto immaginare un bilancio così positivo e per positivo no, non intendo tutto rose e fiori, ma positivo nel senso di fattibile, possibile, con margine di costante miglioramento.
Andrea che trova lavoro in un giorno.
Noi che troviamo casa con un contratto per tre anni dopo nemmeno un mese.
Io che dopo nemmeno un anno supero brillantemente il livello B1 in tedesco ed ora lavoro a contatto col pubblico parlando solo questa strana lingua.
Che lavoro, tra l'altro, in un posto gestito da persone deliziose, simpatiche, che mi aiutano col tedesco e che mi fanno sentire a casa.
Io che ho quindi, ben due lavori e che fatico un decimo di quando ne avevo solo uno.
Un aborto di mezzo e un'esperienza di quasi cinque mesi di gravidanza, due dei quali molto difficili, durante la quale sono stata aiutata da una sanità eccellente.
Delle persone speciali e bellissime.
La possibilità di avere una vita sociale.
Ci sono anche le cose negative ma non mi piace elencarle, sono in ogni giorno, in ogni frase, fanno parte della quotidianità, se mi fermo a pensarci ne esce una anche adesso ma perché dovrei soffermarmici proprio ora? Ora no.
Tanto sono sempre qui.
E chi non arriva a percepire questo ed ha bisogno di leggere la lamentela o peggio, l'elenco di lamentele, non ha niente da dividere con me.
Il mio bilancio è super positivo e rifarei tutto domani.
Lo so che questo non piacerà a chi è qui da un po' e scoraggia gli altri perché trasferendosi invece che 10 scatoloni di libri come ho fatto io, s'è portato dietro un orticello.
E sia chiaro, parlo di scoraggiare in modo stupido, non sensato, banale: è verissimo che è difficile, che senza lingua non fai nulla, che per riuscire ad avere una casa in affitto devi fare i salti mortali (o più semplicemente devi dimostare di essere affidabile economicamente), ma se ce l'abbiamo fatta noi e tanta altra gente, come si può dire che è impossibile?
Poi non piacerà nemmeno a quelli che stanno qui, stanno bene qui ma fa tanto figo denigrare il posto in cui vivono e in cui stanno bene o in cui stanno meglio. Perché se ci stai, mi viene da pensare che tu ci stia meglio, oder?
Poi non piacerà nemmeno a chi è ancora in Italia e giudica le mie parole faziose, scoraggianti, non piacerà a chi mi ha accusata (non ridete) di essere passata dalla parte del colonizzato, a discapito del colonizzatore. Gente che mi conosce anche un po' eh, ma niente, quando la capoccia fa corto circuito succede pure questo.
A chi afferma che scappare è facile, resta e lotta. Come se avessero mai davvero lottato.
Come se mi fosse mai venuto in mente di dire che chi rimane sbaglia, come se mi fossi mai permessa di giudicare. Ma che cazzo ve dirà la testa, boh.
Non piacerà a chi ama vedere "le case crollare", ma pazienza.
So invece che piacerà a Giordano, a Betta, a Giustina, a mia sorella, ai miei genitori, a Laura e Chiccola, a Ramona, a Fabri, Gio, Fabio ed Emi, a Simona, a Ginevra, a Massi e Sara, Claudio e Francesca, Davide e Jenny, a tanta gente che conosco (ancora) solo virtualmente e poi basta perché è impossibile elencare tutte le persone che ci sono state vicine senza dimenticare qualcuno e fare quindi una figura di merda. Piacerà a voi, che state ridendo, che siete felici per come ci sono andate le cose e ci siete stati accanto quando le cose andavano male.
Ora mi vesto e mi preparo, ho una lavatrice da ritirare, c'è il sole e più tardi vado dalla psicologa perché quella serenità che leggete spesso, che vi fa gioire o vi infastidisce, che non capite, che deridete, alla quale non credete o che invidiate, non è altro che un lavoro. Un durissimo e quotidiano lavoro.
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martedì 1 luglio 2014
Un anno normale.
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martedì 10 dicembre 2013
Storia di un'emigrazione rimandata
Lo trovate anche su Frontiere News
“Lasciare la sicurezza di una vita tra precariato e disoccupazione per l’incerto di un futuro in un altro Paese fa paura, tanta paura. Perché anche se qui il presente e il prossimo futuro sono una merda, é sempre la tua merda. Totalmente assuefatta al suo odore non ti accorgi nemmeno di vivere avendola ben oltre il collo. Finché non arriva qualcuno che ti apre la finestra, ti fa vedere e sentire oltre te stessa. Una vita migliore, quei diritti prima negati ora diritti realmente auspicabili, un futuro per cui tornare a sognare. Ora non puoi più fare finta di nulla. Non puoi più tornare indietro. Si parte. Nuovi progetti. Nuova vita. Francesca in questi mesi sei sta fonte di ispirazione inesauribile. Sei stata una boccata di aria fresca come mai nella vita! Ecco, grazie!”
Qualche tempo fa ho ricevuto uno di “quei messaggi”, di quei messaggi che ti arrivano tra capo e collo e che ti danno la possibilità di sbirciare un po’ nell’immensità della vita di un’altra persona.
Un messaggio arrivato inaspettatamente da parte di una persona che conosco poco, amicizia da social network e a dirla tutta neanche delle più interattive, amicizia di tante battaglie civili condivise, di qualche manifestazione in piazza. Persona che come me mesi fa, come tanti, come troppi ultimamente, decide di aprire la porta ed andarsene dall’Italia
Anche Claudia è decisa a provarci, “perché no” si dice? “Perché no”, le rispondo. Lei ha quasi quarant’anni e una laurea in Economia che da subito l’avvicinò al mondo dell’Altra Economia, con la voglia forte di contribuire in qualche modo al cambiamento e dopo esperienze non sempre positive di volontariato più o meno remunerato e sempre troppo simili ad un lavoro in nero, approdò in un emporio di commercio equosolidale, attività in cui si lanciò con entusiasmo e gioia, attività però che prevedeva un contratto a progetto che di equo e solidale aveva troppo poco, contratto che non le garantiva nemmeno il diritto di essere malata. Durante quest’esperienza inizia a farsi qualche domanda e inizia anche a fare qualche paragone: “Ho lavorato per un anno in una azienda informatica, quindi orientata esclusivamente al profitto, ed anche lì avevo un contratto a progetto, ma mai, sottolineo mai, mi è stato tolto un giorno di paga per malattia. E ad agosto avevo pure il mese pagato per intero, anche se l’azienda chiudeva quindici giorni per ferie. Qui (nell’emporio di commercio equosolidale) non solo non avevo le ferie, ma non avevo neppure diritto alla malattia”.
Tutto quello in cui aveva creduto va in frantumi e i cocci sono tanti. E sono tutti i suoi.
“Mi ritrovo invece a dover affrontare una delle delusioni più grandi della mia vita, perché ideologica. Non è un abbandono di un amore, non è la rottura di una amicizia. In fondo sai che può succedere e che questo non mette in discussione il valore assoluto dell’amore o dell’amicizia. O forse sì. Forse è proprio come la fine di una storia d’amore, perché non riesco a smettere di credere che il consumo critico e responsabile, il commercio equo e solidale, il voto di portafoglio, l’Altra Economia non possano non essere la via giusta per uscire da questo impasse.”
E allora dopo anni passati tra promesse e precariato, attese, speranze spesso vane, delusioni, dolori, sogni infranti si parte, si sfrutta l’occasione per trasferirsi a Londra, imparare bene l’inglese che, le dicono, è fondamentale per lavorare nella Cooperazione. Si parte. Affitta la sua casetta e torna a vivere dai suoi genitori, mette in vendita la sua auto e spera di riuscire a partire per gennaio, che da dicembre c’è una stanza libera a casa di amici di amici quindi perché aspettare? La paura è tanta ma l’esasperazione anche.
La macchina del trasferimento, la stessa che anche io conosco così bene è accesa, quando una mattina, leggendo la sua posta elettronica trova una mail da parte del Ministero della Pubblica Istruzione che la convoca “pern° 1 posto, classe concorso 017, fino alla nomina dell’avente diritto.” E l’insegnamento 017 è proprio Economia aziendale. Claudia è in graduatoria di terza fascia, quindi quella che racchiude laureati non abilitati all’insegnamento ed è in quella fascia da due anni circa: non ci pensava proprio a questa eventualità, non ci sperava più. Trascorre la notte prima della convocazione in bianco, tra la speranza di essere chiamata e quella di non essere chiamata, in un limbo confuso in cui non sa nemmeno lei cosa volere e desiderare davvero.Una beffa del destino così spiazzerebbe chiunque.
“Eppure se chiudo gli occhi e lascio fluire il pensiero, mi immagino con i ragazzi, in un’aula, seduta ad una cattedra, con un registro tra le mani. No no, io voglio partire. Però come sarebbe bello diventare professoressa. Non ci pensare, tanto si presenteranno in ottomila.”
Ed invece tocca proprio a lei: dopo anni di promesse e precariato, attese, speranze spesso vane, delusioni, dolori, sogni infranti è arrivato il suo momento.
In una notte tutto è cambiato.
Sarà una Prof., avrà il suo registo, i suoi ragazzi, la sua cattedra e il suo lavoro. Almeno per un anno, durata del suo incarico, sarà una Prof. poi si vedrà.
E quindi non parti più? Le chiedo. Per ora no, mi risponde. Mi spiega che si prenderà questa sorta di “acconto sul dovuto” ma che anche se il suo orticello cresce bene continua comunque a vedere il deserto che c’è intorno, questo Paese però le “deve” un’opportunità e lei ha tutta l’ intenzione di prendersela: “Non credevo più che questo Paese potesse restituirmi qualcosa quello che mi è successo non mi fa cambiare idea… sono sempre delusa, amareggiata… ed un figlio in Italia personalmente non ce lo farei crescere quindi volevo andarmene e non tornare.”
Poi però di contro attacca con una bellissima descrizione del suo paese, della sua città e delle strade del quartiere che l’ha vista crescere e in cui ha giocato a nascondino: luoghi che ama e che soffrirebbe nel dover lasciare. Ma che, è chiara, lascerebbe comunque se le cose si mettessero di nuovo male e lo farebbe con dolore, certo, ma senza esitare. In un’eterno altalenante binomio.
“E come può il mio amore essere limpido, se è la mia nazione che lo inquina?!”
Questa strofa non mi lascia mai, è nella mia testa durante tutta la nostra chiaccherata.
É un mantra. É un qualcosa che mi appartiene così intimamente che quasi a fatico a scriverne.
Come questa storia. La storia di Claudia e della sua emigrazione mancata o forse solo rimandata.
p.s. ho scoperto che mi piace raccontare. E non solo di me. :)
“Lasciare la sicurezza di una vita tra precariato e disoccupazione per l’incerto di un futuro in un altro Paese fa paura, tanta paura. Perché anche se qui il presente e il prossimo futuro sono una merda, é sempre la tua merda. Totalmente assuefatta al suo odore non ti accorgi nemmeno di vivere avendola ben oltre il collo. Finché non arriva qualcuno che ti apre la finestra, ti fa vedere e sentire oltre te stessa. Una vita migliore, quei diritti prima negati ora diritti realmente auspicabili, un futuro per cui tornare a sognare. Ora non puoi più fare finta di nulla. Non puoi più tornare indietro. Si parte. Nuovi progetti. Nuova vita. Francesca in questi mesi sei sta fonte di ispirazione inesauribile. Sei stata una boccata di aria fresca come mai nella vita! Ecco, grazie!”
Qualche tempo fa ho ricevuto uno di “quei messaggi”, di quei messaggi che ti arrivano tra capo e collo e che ti danno la possibilità di sbirciare un po’ nell’immensità della vita di un’altra persona.
Un messaggio arrivato inaspettatamente da parte di una persona che conosco poco, amicizia da social network e a dirla tutta neanche delle più interattive, amicizia di tante battaglie civili condivise, di qualche manifestazione in piazza. Persona che come me mesi fa, come tanti, come troppi ultimamente, decide di aprire la porta ed andarsene dall’Italia
Anche Claudia è decisa a provarci, “perché no” si dice? “Perché no”, le rispondo. Lei ha quasi quarant’anni e una laurea in Economia che da subito l’avvicinò al mondo dell’Altra Economia, con la voglia forte di contribuire in qualche modo al cambiamento e dopo esperienze non sempre positive di volontariato più o meno remunerato e sempre troppo simili ad un lavoro in nero, approdò in un emporio di commercio equosolidale, attività in cui si lanciò con entusiasmo e gioia, attività però che prevedeva un contratto a progetto che di equo e solidale aveva troppo poco, contratto che non le garantiva nemmeno il diritto di essere malata. Durante quest’esperienza inizia a farsi qualche domanda e inizia anche a fare qualche paragone: “Ho lavorato per un anno in una azienda informatica, quindi orientata esclusivamente al profitto, ed anche lì avevo un contratto a progetto, ma mai, sottolineo mai, mi è stato tolto un giorno di paga per malattia. E ad agosto avevo pure il mese pagato per intero, anche se l’azienda chiudeva quindici giorni per ferie. Qui (nell’emporio di commercio equosolidale) non solo non avevo le ferie, ma non avevo neppure diritto alla malattia”.
Tutto quello in cui aveva creduto va in frantumi e i cocci sono tanti. E sono tutti i suoi.
“Mi ritrovo invece a dover affrontare una delle delusioni più grandi della mia vita, perché ideologica. Non è un abbandono di un amore, non è la rottura di una amicizia. In fondo sai che può succedere e che questo non mette in discussione il valore assoluto dell’amore o dell’amicizia. O forse sì. Forse è proprio come la fine di una storia d’amore, perché non riesco a smettere di credere che il consumo critico e responsabile, il commercio equo e solidale, il voto di portafoglio, l’Altra Economia non possano non essere la via giusta per uscire da questo impasse.”
E allora dopo anni passati tra promesse e precariato, attese, speranze spesso vane, delusioni, dolori, sogni infranti si parte, si sfrutta l’occasione per trasferirsi a Londra, imparare bene l’inglese che, le dicono, è fondamentale per lavorare nella Cooperazione. Si parte. Affitta la sua casetta e torna a vivere dai suoi genitori, mette in vendita la sua auto e spera di riuscire a partire per gennaio, che da dicembre c’è una stanza libera a casa di amici di amici quindi perché aspettare? La paura è tanta ma l’esasperazione anche.
La macchina del trasferimento, la stessa che anche io conosco così bene è accesa, quando una mattina, leggendo la sua posta elettronica trova una mail da parte del Ministero della Pubblica Istruzione che la convoca “pern° 1 posto, classe concorso 017, fino alla nomina dell’avente diritto.” E l’insegnamento 017 è proprio Economia aziendale. Claudia è in graduatoria di terza fascia, quindi quella che racchiude laureati non abilitati all’insegnamento ed è in quella fascia da due anni circa: non ci pensava proprio a questa eventualità, non ci sperava più. Trascorre la notte prima della convocazione in bianco, tra la speranza di essere chiamata e quella di non essere chiamata, in un limbo confuso in cui non sa nemmeno lei cosa volere e desiderare davvero.Una beffa del destino così spiazzerebbe chiunque.
“Eppure se chiudo gli occhi e lascio fluire il pensiero, mi immagino con i ragazzi, in un’aula, seduta ad una cattedra, con un registro tra le mani. No no, io voglio partire. Però come sarebbe bello diventare professoressa. Non ci pensare, tanto si presenteranno in ottomila.”
Ed invece tocca proprio a lei: dopo anni di promesse e precariato, attese, speranze spesso vane, delusioni, dolori, sogni infranti è arrivato il suo momento.
In una notte tutto è cambiato.
Sarà una Prof., avrà il suo registo, i suoi ragazzi, la sua cattedra e il suo lavoro. Almeno per un anno, durata del suo incarico, sarà una Prof. poi si vedrà.
E quindi non parti più? Le chiedo. Per ora no, mi risponde. Mi spiega che si prenderà questa sorta di “acconto sul dovuto” ma che anche se il suo orticello cresce bene continua comunque a vedere il deserto che c’è intorno, questo Paese però le “deve” un’opportunità e lei ha tutta l’ intenzione di prendersela: “Non credevo più che questo Paese potesse restituirmi qualcosa quello che mi è successo non mi fa cambiare idea… sono sempre delusa, amareggiata… ed un figlio in Italia personalmente non ce lo farei crescere quindi volevo andarmene e non tornare.”
Poi però di contro attacca con una bellissima descrizione del suo paese, della sua città e delle strade del quartiere che l’ha vista crescere e in cui ha giocato a nascondino: luoghi che ama e che soffrirebbe nel dover lasciare. Ma che, è chiara, lascerebbe comunque se le cose si mettessero di nuovo male e lo farebbe con dolore, certo, ma senza esitare. In un’eterno altalenante binomio.
“E come può il mio amore essere limpido, se è la mia nazione che lo inquina?!”
Questa strofa non mi lascia mai, è nella mia testa durante tutta la nostra chiaccherata.
É un mantra. É un qualcosa che mi appartiene così intimamente che quasi a fatico a scriverne.
Come questa storia. La storia di Claudia e della sua emigrazione mancata o forse solo rimandata.
p.s. ho scoperto che mi piace raccontare. E non solo di me. :)
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lunedì 21 ottobre 2013
Un sabato d'ottobre in cui sono lontana.
Sabato scorso, per la prima volta, mi é mancata Roma.
E con Roma non intendo le persone che ho lasciato lí, famiglia, sorella, amici perché quelli mi mancano ogni secondo. Ad ogni respiro.
Respiro che si spezza quando ci penso o che semplicemente mi accompagna come un costante brusio di sottofondo quando sono impegnata a fare e pensare ad altro.
E succede, volutamente, spesso.
Sabato mi é mancata proprio Roma e con Roma intendo la cittá.
Roma di sabato per l'esattezza: il fermento, i messaggi, l'appuntamento, il solito da una vita: ci vediamo alle 14,30 a Piazza della Repubblica.
E poi tutto quello che sappiamo, no?! I quotidiani illeggibili in mano, qualcuno con le bandiere, non noi. Noi siamo cani sciolti, da una vita.
La stampa, la piazza che si riempie. Tutti ai posti di partenza.
Parte il corteo, che facciamo aspettiamo un po' o andiamo?!
Andiamo va.
Gli appuntamenti, i ritardatari, gli amici, i volti piú o meno noti. Partono i cori, quelle corsette odiose, non si corre per gioco, si corre solo se serve.
E poi, puntualmente l'aria si fa tesa.
Qualche fumogeno, quando va male parte un lancio di qualsiasi cosa e non solo, quando va bene solo gente che urla non correte, non correte e per quanto tu sappia che hanno ragione, l'unica cosa che vorresti fare é proprio scappare.
E poi, quella sensazione di vita che scorre: sui volti tesi, impauriti, o solo felici. Adrenalina che si taglia col coltello tanto é densa.
Foto, foto, foto facendo attenzione a non ritrarre troppo chiaramente i volti, che non si sa mai.
I giornalisti che puntualmente inventano scontri anche quando non ce ne sono stati e lo fanno con il solo fine di demonizzarli.
Stavolta pare essersi formato un movimento (un altro?!) che é in sit in a Porta Pia da due giorni.
Spero non faccia la fine degli Indignados di Santa Croce in Gerusalemme, che volevano fare l'orto nelle aiuole della piazza e passavano ore per decidere chi doveva tenere il corso d'astrologia.
Manco fossero in autogestione.
Mi sono sempre chiesta chi abbia deciso che debba essere l'autunno ad essere caldo, certo ricominciano le scuole, ci si risveglia dal torpore estivo.
Ma si riesce a cadere nel torpore quando si é davvero disperati?!
Da qui, cosa che ho provato nel vedervi sfilare?!
Da un lato un grande senso di colpa. Come se vi avessi tradito, uno per uno, salvandomi.
Dall'altro la sensazione che le manifestazioni riuscite, come quella di sabato scorso altro non siano che (inutili) boccate d'ossigeno ad un paese al quale forse andrebbe solo staccata la spina.
E con Roma non intendo le persone che ho lasciato lí, famiglia, sorella, amici perché quelli mi mancano ogni secondo. Ad ogni respiro.
Respiro che si spezza quando ci penso o che semplicemente mi accompagna come un costante brusio di sottofondo quando sono impegnata a fare e pensare ad altro.
E succede, volutamente, spesso.
Sabato mi é mancata proprio Roma e con Roma intendo la cittá.
Roma di sabato per l'esattezza: il fermento, i messaggi, l'appuntamento, il solito da una vita: ci vediamo alle 14,30 a Piazza della Repubblica.
E poi tutto quello che sappiamo, no?! I quotidiani illeggibili in mano, qualcuno con le bandiere, non noi. Noi siamo cani sciolti, da una vita.
La stampa, la piazza che si riempie. Tutti ai posti di partenza.
Parte il corteo, che facciamo aspettiamo un po' o andiamo?!
Andiamo va.
Gli appuntamenti, i ritardatari, gli amici, i volti piú o meno noti. Partono i cori, quelle corsette odiose, non si corre per gioco, si corre solo se serve.
E poi, puntualmente l'aria si fa tesa.
Qualche fumogeno, quando va male parte un lancio di qualsiasi cosa e non solo, quando va bene solo gente che urla non correte, non correte e per quanto tu sappia che hanno ragione, l'unica cosa che vorresti fare é proprio scappare.
E poi, quella sensazione di vita che scorre: sui volti tesi, impauriti, o solo felici. Adrenalina che si taglia col coltello tanto é densa.
Foto, foto, foto facendo attenzione a non ritrarre troppo chiaramente i volti, che non si sa mai.
I giornalisti che puntualmente inventano scontri anche quando non ce ne sono stati e lo fanno con il solo fine di demonizzarli.
Stavolta pare essersi formato un movimento (un altro?!) che é in sit in a Porta Pia da due giorni.
Spero non faccia la fine degli Indignados di Santa Croce in Gerusalemme, che volevano fare l'orto nelle aiuole della piazza e passavano ore per decidere chi doveva tenere il corso d'astrologia.
Manco fossero in autogestione.
Mi sono sempre chiesta chi abbia deciso che debba essere l'autunno ad essere caldo, certo ricominciano le scuole, ci si risveglia dal torpore estivo.
Ma si riesce a cadere nel torpore quando si é davvero disperati?!
Da qui, cosa che ho provato nel vedervi sfilare?!
Da un lato un grande senso di colpa. Come se vi avessi tradito, uno per uno, salvandomi.
Dall'altro la sensazione che le manifestazioni riuscite, come quella di sabato scorso altro non siano che (inutili) boccate d'ossigeno ad un paese al quale forse andrebbe solo staccata la spina.
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giovedì 10 ottobre 2013
Secondo lavoro a Berlin.
No, scherzo. Uhahuauhaauhuha
Cioé non scherzo ma non intendo creare un maniacale elenco di tutte le prime o seconde volte a Berlino.
State sereni e continuate pure a leggere.
È che quel lavoro nell'Hotel Leonardo non l'ho accettato: oggettivamente troppo pochi 2,50 a stanza e troppo poco umana la concezione di lavoro a cottimo, piú fai piú guadagni e la pausa pranzo la puoi pure fare ma mezz'ora é una stanza in meno che fai.
E sti cazzi! (alla milanese) Va bene che il lavoro nobilita ma la palla al piede no.
E cosí, chiedo ad un contatto facebook sulla mia stessa barca ed ecco che esce Cleanberlin.
Scrivo.
Rispondono.
Vado all'appuntamento in un posto fighissimo vicino East Side Gallery e pure se stai lí per fare le pulizie ti fanno sentire come se stessi lí per un posto da ingegnere.
Non c'é la sensazione stai qui senza sapere una parola di tedesco e stai elemosinando un posto per pulire le case di noi ricchi berlinesi, ma non ti vergogni?!
Non c'é l'atteggiamento che per anni, in Italia, ho visto riservare a donne rumene o polacche.
É lavoro. Punto. E probabilmente in Italia per un posto da supercazzutohostudiatoventanniperquesto (ipotizzo) ti fanno sentire come uno che sta cercando di fregare lo stipendio
(per lo stipendio poi vedremo).
E invece...un caffè, una spiegazione chiara in inglese ed in tedesco con un'altra ragazza lí presente se eventualmente avessi avuto bisogno dello spagnolo!
E tutto questo solo per me perché di quattro che hanno chiamato sono l'unica ad essersi presentata.
Poi dicono che a Berlino non c'è lavoro, vabbé.
Ma di cosa si tratta?! É una sorta di agenzia per donne delle pulizie organizzata tramite un accout gmail, attraverso il quale arrivano inviti di lavoro.
Chi, dove e quante ore. Se ti va bene ja, accetti altrimenti nein e qualcun'altra andrá al posto tuo.
Senza vincoli né problemi.
Per i primi due giorni che rappresentano una prova puoi solo accettare o meno le proposte dell'agenzia e la paga sará 8 euro nette l'ora su 15 lorde che il cliente paga.
Superato il test si ha accesso al calendario completo di tutti gli appuntamenti dove si potrá vedere prima la zona, poi tutti i dettagli ed infine accettare o meno. E la paga sará di 12,50 l'ora.
Se a fine anno si sará superata una soglia di guadagno (rilasciamo ricevute) si pagheranno le tasse attraverso un modulo che tra due mesi andrá acquistato al Comune per 26 euro.
Ora i contro: essendo una sorta di libera professione non si ha diritto all'assicurazione sanitaria che qui, sappiamo, essere privata e parecchio costosa.
Ma io sono fortunata perchè sono assicurata con quella di Andrea e la cosa piú sorprendente é questo io sono fortunata, affermazione che nella mia vita di prima era utilizzata esclusivamente con riferimento agli affetti, qui no.
Qui sono fortunata anche per una di quelle odiose pratiche di vita quotidiana che prima mi toglievano il sonno.
Ieri sono andata per la prima volta: due ore un mega ufficio al centro, un loft da 200 forse piú mq pieno di ragazzi biondissimi e gentilissimi che lavoravano a qualcosa di creativo nel loro attrezzato ufficio con tanto di doccia e cucina ultima generazione.
Etá media?! 27 anni, credo.
Vedremo come andrá, per ora mi sembra proprio perfetto per le mie esigenze.
Detto questo, le vacanze d'autunno sono agli sgoccioli, lunedí si torna a scuola e martedí ci aspetta un test di livello per passare da A1 ad A2 niente che possa fermare il proseguire della frequentazione ma insomma, pur sempre una valutazione, pur sempre un qualcosa che mi metterá di fronte, spero, ai miei miglioramenti o, spero di no, al mio essermi sopravvalutata.
Non riusciamo ancora ad avere una connessione a casa, ecco. Quindi sono in astinenza da serie tv, Skype, video ecc.
Ma mica puó andare sempre tutto bene, no?!
Cioé non scherzo ma non intendo creare un maniacale elenco di tutte le prime o seconde volte a Berlino.
State sereni e continuate pure a leggere.
È che quel lavoro nell'Hotel Leonardo non l'ho accettato: oggettivamente troppo pochi 2,50 a stanza e troppo poco umana la concezione di lavoro a cottimo, piú fai piú guadagni e la pausa pranzo la puoi pure fare ma mezz'ora é una stanza in meno che fai.
E sti cazzi! (alla milanese) Va bene che il lavoro nobilita ma la palla al piede no.
E cosí, chiedo ad un contatto facebook sulla mia stessa barca ed ecco che esce Cleanberlin.
Scrivo.
Rispondono.
Vado all'appuntamento in un posto fighissimo vicino East Side Gallery e pure se stai lí per fare le pulizie ti fanno sentire come se stessi lí per un posto da ingegnere.
Non c'é la sensazione stai qui senza sapere una parola di tedesco e stai elemosinando un posto per pulire le case di noi ricchi berlinesi, ma non ti vergogni?!
Non c'é l'atteggiamento che per anni, in Italia, ho visto riservare a donne rumene o polacche.
É lavoro. Punto. E probabilmente in Italia per un posto da supercazzutohostudiatoventanniperquesto (ipotizzo) ti fanno sentire come uno che sta cercando di fregare lo stipendio
(per lo stipendio poi vedremo).
E invece...un caffè, una spiegazione chiara in inglese ed in tedesco con un'altra ragazza lí presente se eventualmente avessi avuto bisogno dello spagnolo!
E tutto questo solo per me perché di quattro che hanno chiamato sono l'unica ad essersi presentata.
Poi dicono che a Berlino non c'è lavoro, vabbé.
Ma di cosa si tratta?! É una sorta di agenzia per donne delle pulizie organizzata tramite un accout gmail, attraverso il quale arrivano inviti di lavoro.
Chi, dove e quante ore. Se ti va bene ja, accetti altrimenti nein e qualcun'altra andrá al posto tuo.
Senza vincoli né problemi.
Per i primi due giorni che rappresentano una prova puoi solo accettare o meno le proposte dell'agenzia e la paga sará 8 euro nette l'ora su 15 lorde che il cliente paga.
Superato il test si ha accesso al calendario completo di tutti gli appuntamenti dove si potrá vedere prima la zona, poi tutti i dettagli ed infine accettare o meno. E la paga sará di 12,50 l'ora.
Se a fine anno si sará superata una soglia di guadagno (rilasciamo ricevute) si pagheranno le tasse attraverso un modulo che tra due mesi andrá acquistato al Comune per 26 euro.
Ora i contro: essendo una sorta di libera professione non si ha diritto all'assicurazione sanitaria che qui, sappiamo, essere privata e parecchio costosa.
Ma io sono fortunata perchè sono assicurata con quella di Andrea e la cosa piú sorprendente é questo io sono fortunata, affermazione che nella mia vita di prima era utilizzata esclusivamente con riferimento agli affetti, qui no.
Qui sono fortunata anche per una di quelle odiose pratiche di vita quotidiana che prima mi toglievano il sonno.
Ieri sono andata per la prima volta: due ore un mega ufficio al centro, un loft da 200 forse piú mq pieno di ragazzi biondissimi e gentilissimi che lavoravano a qualcosa di creativo nel loro attrezzato ufficio con tanto di doccia e cucina ultima generazione.
Etá media?! 27 anni, credo.
Vedremo come andrá, per ora mi sembra proprio perfetto per le mie esigenze.
Detto questo, le vacanze d'autunno sono agli sgoccioli, lunedí si torna a scuola e martedí ci aspetta un test di livello per passare da A1 ad A2 niente che possa fermare il proseguire della frequentazione ma insomma, pur sempre una valutazione, pur sempre un qualcosa che mi metterá di fronte, spero, ai miei miglioramenti o, spero di no, al mio essermi sopravvalutata.
Non riusciamo ancora ad avere una connessione a casa, ecco. Quindi sono in astinenza da serie tv, Skype, video ecc.
Ma mica puó andare sempre tutto bene, no?!
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domenica 29 settembre 2013
Primo lavoro a Berlin.
Che poi quella telefonata l'ho fatta.
Quella per il lavoro: col foglietto davanti e quattro frasi preparate e la speranza di capire quello che mi sarebbe stato risposto dall'altra parte del telefono.
L'ho fatta durante la pausa caffè a scuola con qualche adorabile stronzo dei miei compagni di classe (spero nuovi amici) che mi prendeva in giro per qualche accento messo male e per la mia proverbiale gambetta balleria ed agitata.
L'ho fatta ed ho ottenuto un appuntamento per il giorno stesso.
Ed una prova da lì a due giorni.
E che soddisfazione il solo fatto di esserci riuscita.
Certo, non sarà certo il massimo che offre la piazza pulire a cottimo stanze di albergo: più stanze fai e più guadagni ma l'ambiente sembra piacevole, la gente simpatica e poi è un modo per parlare tedesco fuori dalle mura di scuola.
Mi do ancora qualche giorno per capire se e come aumentare il numero di stanze fatte in un'ora perché altrimenti, ovvio, il gioco non vale la candela.
Ma per ora e per un po' sarò in ballo e quindi ballerò.
Stanze in cui entri e ti arriva prepotentemente contro l'odore di chi ne è appena uscito, odore a volte piacevole, a volte meno.
Odore denso di respiri, di vestiti sporchi, di lenzuola stropicciate.
Oggi è stata la volta dei salutisti: barrette, scarpe da ginnastica, tute, integratori e poi, casualmente dietro alla tv, un pacco di cioccolatini.
Frutta e pasta integrale. Giornata di maratona a Berlino e quindi anche nell'albergo.
Perché l'albergo è vicino ad Alexander Platz e Berlino per i turisti è Alexander Platz.
Mi piace? Sì, mi piace vedere il mio Chef che piega il piumone in quel modo delizioso ed il letto dopo è bellissimo. E lui è iraniano oltre ad essere giovanissimo ed un anno fa non aveva idea di come si pulisse una stanza ed ora è perfetto.
E gli origami con la carta igienica.
E gli asciugamani piegati tutti nello stesso modo.
E gli aggeggi per lucidarsi le scarpe ad ogni piano.
Inutile dire quanto siano apprezzate due parole in tedesco, quanto gli faccia piacere vedere la buona volontà di imparare questa difficile lingua.
Sono stanca, finalmente dopo tre mesi sono di nuovo stanca fisicamente.
Che strana perversione è quella che mi rende felice di essere stanca fisicamente?
Quella per il lavoro: col foglietto davanti e quattro frasi preparate e la speranza di capire quello che mi sarebbe stato risposto dall'altra parte del telefono.
L'ho fatta durante la pausa caffè a scuola con qualche adorabile stronzo dei miei compagni di classe (spero nuovi amici) che mi prendeva in giro per qualche accento messo male e per la mia proverbiale gambetta balleria ed agitata.
L'ho fatta ed ho ottenuto un appuntamento per il giorno stesso.
Ed una prova da lì a due giorni.
E che soddisfazione il solo fatto di esserci riuscita.
Certo, non sarà certo il massimo che offre la piazza pulire a cottimo stanze di albergo: più stanze fai e più guadagni ma l'ambiente sembra piacevole, la gente simpatica e poi è un modo per parlare tedesco fuori dalle mura di scuola.
Mi do ancora qualche giorno per capire se e come aumentare il numero di stanze fatte in un'ora perché altrimenti, ovvio, il gioco non vale la candela.
Ma per ora e per un po' sarò in ballo e quindi ballerò.
Stanze in cui entri e ti arriva prepotentemente contro l'odore di chi ne è appena uscito, odore a volte piacevole, a volte meno.
Odore denso di respiri, di vestiti sporchi, di lenzuola stropicciate.
Oggi è stata la volta dei salutisti: barrette, scarpe da ginnastica, tute, integratori e poi, casualmente dietro alla tv, un pacco di cioccolatini.
Frutta e pasta integrale. Giornata di maratona a Berlino e quindi anche nell'albergo.
Perché l'albergo è vicino ad Alexander Platz e Berlino per i turisti è Alexander Platz.
Mi piace? Sì, mi piace vedere il mio Chef che piega il piumone in quel modo delizioso ed il letto dopo è bellissimo. E lui è iraniano oltre ad essere giovanissimo ed un anno fa non aveva idea di come si pulisse una stanza ed ora è perfetto.
E gli origami con la carta igienica.
E gli asciugamani piegati tutti nello stesso modo.
E gli aggeggi per lucidarsi le scarpe ad ogni piano.
Inutile dire quanto siano apprezzate due parole in tedesco, quanto gli faccia piacere vedere la buona volontà di imparare questa difficile lingua.
Sono stanca, finalmente dopo tre mesi sono di nuovo stanca fisicamente.
Che strana perversione è quella che mi rende felice di essere stanca fisicamente?
martedì 24 settembre 2013
Pioggia nebulizzata.
Avete presente Berlino?
Avete presente il suo Muro?
Quello che è stato buttato giù ma ancora c'è, invisibile, e percorre in quel modo strano tutto la città?
Avete presente la "striscia della morte"? Quel pezzo di terra che non era né di qua né di là ma che se venivi sorpreso lì c'erano i fucili a sparare?
Ecco in una di quelle strisce della morte, a Mitte, c'è oggi il Mauer Park.
Il più grande? Non so, forse...di certo il più figo (almeno credo) Flohmarkt (mercato delle pulci) di Berlino.
Ci si trova di tutto: cibi, scarpe, vestiti, biciclette, suppellettili. E poi gente che suona ed un grande e partecipatissimo karaoke. E la cosa più figa è che chiunque può andare a vendere quello che vuole.
E allora ci abbiamo provato, io e una mia compagna di corso abbiamo preso un po' di cose che non indossiamo più o di cui vogliamo disfarci, collane e borse fatte a mano da lei, un tavolo, due sedie e siamo andate.
Ci siamo trovate un posticino e abbiamo iniziato a sistemare tutto, poi è arrivata una signora e ci ha chiesto i soldi: 8 euro al mq, abbiamo pagato e fine.
Zero domande.
Zero carte.
Zero permessi. La semplicità.
Al di la di questo, la scuola prosegue a ritmo serrato. E a metá ottobre dovró sostenere un esame per passare dal livello A1 al livello A2, e mi sembra anche giusto dato che alla fine del corso superato l'esame, mi verrá restituitá la metá di quanto pagato fin'ora.
Mi piace, questa lingua complicata. Mi piace questo suono che diventa ogni giorno piú familiare, mi piace contare le parole che riesco a capire ascoltando le persone sul tram e notare che sono sempre di piú, ogni giorno di piú.
Sul social network piú famoso del mondo mi é stata mossa una critica: racconto troppo di me e, probabilmente, con toni troppotroppo entusiastici ma d'altra parte, se uno ha tanto da raccontare perché non farlo?! C'é sempre l'opzione "non leggere" ma mi rendo conto che deve essere una tentazione irresistibile, quella di sbirciare nelle vite delle persone per poter trovare quel "qualcosa che non va", utile a farci sentire meglio.
Argomenti tristi questi, di poco peso rispetto all'enormitá dell'esperienza che sto vivendo, ma del resto sará la superficialitá a salvarmi.
Ah, sto cercando un lavoretto, tipo pulire stanze d'albergo, roba da due giorni a settimana mentre finisco il corso di tedesco. Ed ho un discorsetto scritto a penna pronto per quando questa tipa si deciderá a rispondermi al telefono.
Perché no?!
Avete presente il suo Muro?
Quello che è stato buttato giù ma ancora c'è, invisibile, e percorre in quel modo strano tutto la città?
Avete presente la "striscia della morte"? Quel pezzo di terra che non era né di qua né di là ma che se venivi sorpreso lì c'erano i fucili a sparare?
Ecco in una di quelle strisce della morte, a Mitte, c'è oggi il Mauer Park.
Il più grande? Non so, forse...di certo il più figo (almeno credo) Flohmarkt (mercato delle pulci) di Berlino.
Ci si trova di tutto: cibi, scarpe, vestiti, biciclette, suppellettili. E poi gente che suona ed un grande e partecipatissimo karaoke. E la cosa più figa è che chiunque può andare a vendere quello che vuole.
E allora ci abbiamo provato, io e una mia compagna di corso abbiamo preso un po' di cose che non indossiamo più o di cui vogliamo disfarci, collane e borse fatte a mano da lei, un tavolo, due sedie e siamo andate.
Ci siamo trovate un posticino e abbiamo iniziato a sistemare tutto, poi è arrivata una signora e ci ha chiesto i soldi: 8 euro al mq, abbiamo pagato e fine.
Zero domande.
Zero carte.
Zero permessi. La semplicità.
Al di la di questo, la scuola prosegue a ritmo serrato. E a metá ottobre dovró sostenere un esame per passare dal livello A1 al livello A2, e mi sembra anche giusto dato che alla fine del corso superato l'esame, mi verrá restituitá la metá di quanto pagato fin'ora.
Mi piace, questa lingua complicata. Mi piace questo suono che diventa ogni giorno piú familiare, mi piace contare le parole che riesco a capire ascoltando le persone sul tram e notare che sono sempre di piú, ogni giorno di piú.
Sul social network piú famoso del mondo mi é stata mossa una critica: racconto troppo di me e, probabilmente, con toni troppotroppo entusiastici ma d'altra parte, se uno ha tanto da raccontare perché non farlo?! C'é sempre l'opzione "non leggere" ma mi rendo conto che deve essere una tentazione irresistibile, quella di sbirciare nelle vite delle persone per poter trovare quel "qualcosa che non va", utile a farci sentire meglio.
Argomenti tristi questi, di poco peso rispetto all'enormitá dell'esperienza che sto vivendo, ma del resto sará la superficialitá a salvarmi.
Ah, sto cercando un lavoretto, tipo pulire stanze d'albergo, roba da due giorni a settimana mentre finisco il corso di tedesco. Ed ho un discorsetto scritto a penna pronto per quando questa tipa si deciderá a rispondermi al telefono.
Perché no?!
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martedì 20 agosto 2013
Innamoramento.
Una persona che conosco da poco ma che mi sembra mi voglia giá bene, ed io a lei, mi ha detto non dire i fatti tuoi, la gente è cattiva, non dire che va tutto bene.
E le sensazioni di negatività che a volte mi piombano addosso, mi spingono a darle ragione.
Scaramanzia, non ci credo ma non si sa mai.
Ma io come faccio?! Come faccio a non dirmi felice se tutto sta prendendo forma?!
Se inizio a capire 4, 5 parole a frase e se non ho quasi più bisogno della cartina per muovermi?!
Se guardo i tramonti con stupore e mi piace da morire andare a scuola e, ovviamente, mi reputo fortunata per il fatto di potermelo permettere?!
Se la mattina mi diverto ed apprendo, conosco persone che come me hanno voglia di apprendere, perchè no, divertendosi.
Se il pomeriggio lo trascorro tra le faccende di casa, i cani e se ho la fortuna di avere dei vicini fantastici, gentili e che voglio fortemente diventino veri amici.
Se mi piace il quartiere, il caffè da bere in metro, quell'arietta fresca che ti da un'idea del freddo che arriverà.
Sono follemente innamorata di questa città versatile, questa città che sembra essere e in cui sembra di essere in eterno viaggio, mille città in una: rurale, turca, ricca, povera, moderna, russa, in eterna (ri)costruzione. Che se la guardi dall'alto del Duomo vedi tetti, gru, un fiume, gru, tetti tra i quali uno con un prato e un binario sopra. Colorata, tranquilla, caotica.
Sono innamorata, la mattina fremo all'idea di uscire e di godermi ancora le coincidenze al minuto di tram, metro e bus. Sono innamorata, leggo le innummerevoli guide che ho e penso a quando andrò a visitare quel posto o tornerò in quell'altro. Sono innamorata del Natur Park di Schönenberg: parco nato sopra una vecchia ferrovia in disuso, arricchito da istallazioni e la cui flora e fauna sono protette.
Ora sarà il tempo a dirci se questo diventerà vero Amore, quotidianità, fiducia, senso di appartenenza, normalità.
La settimana scorsa sono stati qui gli zii di Andrea, 72 e 74 anni sono saliti su un aereo e sono venuti a vedere come ce la stiamo cavando. É stato curioso vederli in questo contesto, è stato strano salutarli.
E domani?! Domani arriva il giorno che aspetto da quasi due mesi, da quando sono qui: domani arrivano mia madre e mia sorella.
Ed anche i miei amichetti.
E mi aspetta una settimana da turista nella città in cui vivo e vado a scuola.
E so che non dovrei dirlo, che la gente è cattiva ecc.ecc. ma io sono così tanto felice.
E le sensazioni di negatività che a volte mi piombano addosso, mi spingono a darle ragione.
Scaramanzia, non ci credo ma non si sa mai.
Ma io come faccio?! Come faccio a non dirmi felice se tutto sta prendendo forma?!
Se inizio a capire 4, 5 parole a frase e se non ho quasi più bisogno della cartina per muovermi?!
Se guardo i tramonti con stupore e mi piace da morire andare a scuola e, ovviamente, mi reputo fortunata per il fatto di potermelo permettere?!
Se la mattina mi diverto ed apprendo, conosco persone che come me hanno voglia di apprendere, perchè no, divertendosi.
Se il pomeriggio lo trascorro tra le faccende di casa, i cani e se ho la fortuna di avere dei vicini fantastici, gentili e che voglio fortemente diventino veri amici.
Se mi piace il quartiere, il caffè da bere in metro, quell'arietta fresca che ti da un'idea del freddo che arriverà.
Sono follemente innamorata di questa città versatile, questa città che sembra essere e in cui sembra di essere in eterno viaggio, mille città in una: rurale, turca, ricca, povera, moderna, russa, in eterna (ri)costruzione. Che se la guardi dall'alto del Duomo vedi tetti, gru, un fiume, gru, tetti tra i quali uno con un prato e un binario sopra. Colorata, tranquilla, caotica.
Sono innamorata, la mattina fremo all'idea di uscire e di godermi ancora le coincidenze al minuto di tram, metro e bus. Sono innamorata, leggo le innummerevoli guide che ho e penso a quando andrò a visitare quel posto o tornerò in quell'altro. Sono innamorata del Natur Park di Schönenberg: parco nato sopra una vecchia ferrovia in disuso, arricchito da istallazioni e la cui flora e fauna sono protette.
Ora sarà il tempo a dirci se questo diventerà vero Amore, quotidianità, fiducia, senso di appartenenza, normalità.
La settimana scorsa sono stati qui gli zii di Andrea, 72 e 74 anni sono saliti su un aereo e sono venuti a vedere come ce la stiamo cavando. É stato curioso vederli in questo contesto, è stato strano salutarli.
E domani?! Domani arriva il giorno che aspetto da quasi due mesi, da quando sono qui: domani arrivano mia madre e mia sorella.
Ed anche i miei amichetti.
E mi aspetta una settimana da turista nella città in cui vivo e vado a scuola.
E so che non dovrei dirlo, che la gente è cattiva ecc.ecc. ma io sono così tanto felice.
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lunedì 12 agosto 2013
Vhs
La borsa é pronta e tra un po' vado a dormire che domani mi aspetta una levataccia.
É che ho iniziato la scuola, da giovedì scorso per la verità.
L'impatto è stato splendido: l'insegnante è una giovane e simpatica tedesca, alta alta e secca secca, caschetto nero ed occhialone da nerd che ha iniziato a parlare, anche se molto piano, da sempre in tedesco, i compagni di corso hanno in media la mia età, molti più giovani, qualcuno più grande, quasi tutti qua da qualche mese, qualcuno addirittura da due anni.
Italiani, Bangladesh, un'Israeliana, Spagnoli, un Cipriota, un'Americana, un Sudafricano, una Bulgara, una Polacca, un'Albanese, una Ceca, un meltin pot di colori, lingue, dialetti, usi ed abitudini, tutti lì con la stessa motivazione: imparare il tedesco.
Impresa, si sa, tutt'altro che facile ma assolutamente indispensabile. Altro che si vive pure con l'inglese.
La scuola è la Volkshocschule di Wedding ed è la scuola del popolo, per intenderci, quindi economica ma, da quello che leggo e da quello che vedo molto seria e funzionale.
Il corso che seguo io è intensivo quindi 5 giorni a settimana, per 5 ore al giorno, che poi , sono 4 ore e mezzo se togliamo la mezz'ora di pausa. Quando esco da scuola ho un mal di testa di quelli da concentrazione: passo tutta la mattinata attenta a non perdermi una parola, un significato.
Questa per me è un'occasione preziosa, per la prima volta nella mia vita posso permettermi un periodo senza lavorare perchè, ebbene sì, qui si può vivere in due (in 4 visto che i nostri cani mangiano carne, pesce, verdure ecc.) con un solo stipendio e posso quindi dedicarmi allo studio di questa lingua che, sono certa, ci faciliterà molto le cose da queste parti.
Il bus ogni 10 minuti sotto casa, le coincidenze perfette, il caffè, la lezione, la pausa tutti insieme in bakerei, al ritorno il Bretzel al volo e via a casa dai cani. E poi aspettare Andrea se ha il turno del pranzo oppure organizzarmi la serata tra una passeggiata al lago, qualche film, il mio libro. E i compiti a casa.
Tutte cose semplici che mi fanno sentire fortunata. Terribilmente.
É che ho iniziato la scuola, da giovedì scorso per la verità.
L'impatto è stato splendido: l'insegnante è una giovane e simpatica tedesca, alta alta e secca secca, caschetto nero ed occhialone da nerd che ha iniziato a parlare, anche se molto piano, da sempre in tedesco, i compagni di corso hanno in media la mia età, molti più giovani, qualcuno più grande, quasi tutti qua da qualche mese, qualcuno addirittura da due anni.
Italiani, Bangladesh, un'Israeliana, Spagnoli, un Cipriota, un'Americana, un Sudafricano, una Bulgara, una Polacca, un'Albanese, una Ceca, un meltin pot di colori, lingue, dialetti, usi ed abitudini, tutti lì con la stessa motivazione: imparare il tedesco.
Impresa, si sa, tutt'altro che facile ma assolutamente indispensabile. Altro che si vive pure con l'inglese.
La scuola è la Volkshocschule di Wedding ed è la scuola del popolo, per intenderci, quindi economica ma, da quello che leggo e da quello che vedo molto seria e funzionale.
Il corso che seguo io è intensivo quindi 5 giorni a settimana, per 5 ore al giorno, che poi , sono 4 ore e mezzo se togliamo la mezz'ora di pausa. Quando esco da scuola ho un mal di testa di quelli da concentrazione: passo tutta la mattinata attenta a non perdermi una parola, un significato.
Questa per me è un'occasione preziosa, per la prima volta nella mia vita posso permettermi un periodo senza lavorare perchè, ebbene sì, qui si può vivere in due (in 4 visto che i nostri cani mangiano carne, pesce, verdure ecc.) con un solo stipendio e posso quindi dedicarmi allo studio di questa lingua che, sono certa, ci faciliterà molto le cose da queste parti.
Il bus ogni 10 minuti sotto casa, le coincidenze perfette, il caffè, la lezione, la pausa tutti insieme in bakerei, al ritorno il Bretzel al volo e via a casa dai cani. E poi aspettare Andrea se ha il turno del pranzo oppure organizzarmi la serata tra una passeggiata al lago, qualche film, il mio libro. E i compiti a casa.
Tutte cose semplici che mi fanno sentire fortunata. Terribilmente.
mercoledì 7 agosto 2013
Giornata tipo (anzi mezza)
Per il mio ultimo giorno da fancazzista italiana a Berlino che poi i primi due termini qui sono quasi sempre sinonimi , avevo programmato un salto in libreria in mattinata. E magari a scuola per vedere se per caso avevano affisso qualcosa in bacheca.
E basta.
Domani inizia scuola e giammai la scolaretta rompiballe che latita in me potrebbe andare a scuola senza libro. Ma si sa, questa città è imprevedibile e così...
Dai Blu, andiamo a fare la passeggiata. Però facciamo il giro dell'isolato, senza allontanarci troppo
Peccato solo che da queste parti, il giro dell'isolato è roba di 2 km, forse 2 km e mezzo perchè non è il giro del palazzo ma il giro di 2, 3, 4 fabbriche di quelle enormi e rosse degli anni 40, e poi prati, boschi.
e Oddio un ponte, ma dove cavolo siamo?! Ci siamo persi Blu, non ridere. Ah, ecco, riconosco la strada.</i> E così dopo un'ora e mezza di camminata, con somma gioia del mio cane torniamo a casa. Dai Gimli ora tocca a te, aspetta che prendo la spazzatura. Plastica, umido, carta. Ah sì la carta la infilo tutta in questa bella scatola di cartone. Pure l telefono che non si sa mai. Mmmm...niente tasche. Vabbè ecco il lampo di genio- metto nella scatola della carta, vuoi che non mi ricordi di toglierlo pri ma di buttarla?!?!?! ascensore, spazzatura, butto tutto. Tutto. 50 metri e ...ora prendo il telefono e... ÀAAARRRGGGGHHHHHH IL TELEFONO!
Come una cretina l'avevo lasciato nella scatola. Torno indietro di corsa ed eccolo lì...impossibile da prendere. Fermo un ragazzo convinta che col braccio più lungo ce l'avrebbe potuta fare (manco fosse stato Carletto il Principe dei Mostri) e invece niente: non si impegna. Alla fine resto sola: io, Gimli, il cellulare nel bidone e una scopa. UNA SCOPA?!?! Ma certo che con la scopa ci riuscirò. E così tra sudore, schifo, fatica e un'abilità che manco la pesca alle giostre recupero il mio cellulare.
E poi di corsa a comprare il ibro, che qui nei primi giorni di scuola sono tutti fomentati tra penne, quaderni e libri. Ed oltre ai miei libri prendo le penne rossa, blu, verde che servono per distinguere le parole. Non ridete.
E poi mi incontro con una ragazza italiana e parliamo di lavoro, di quest'esperienza che alla fine è una lima, per alcune cose ci accomuna tutti. Ci riporta tutti allo stato grezzo, a prescindere dalla forma che avevamo prima di fare il salto.
Pranziamo insieme e poi da Primark, come se fosse una giornata di shopping con un'amica invece che con una persona conosciuta da 10 minuti.
Perchè a volte l'unica cosa che serve sono due chiacchere, una giro per negozi riflettendo su quanto le distanze ed i tempi cambino, in una situazione come questa.
I ragazzi che abitano sopra di noi, per esempio, mi sembra di conoscerli da una vita.
Tempo?! Le 14! Sono le 14!! La fila è troppo lunga, mollo i miei acquisti e scappo a prendere la metro.
I miei cani mi aspettano.
Ho bisogno di un dog sitter.
Domani inizia scuola e giammai la scolaretta rompiballe che latita in me potrebbe andare a scuola senza libro. Ma si sa, questa città è imprevedibile e così...
Dai Blu, andiamo a fare la passeggiata. Però facciamo il giro dell'isolato, senza allontanarci troppo
Peccato solo che da queste parti, il giro dell'isolato è roba di 2 km, forse 2 km e mezzo perchè non è il giro del palazzo ma il giro di 2, 3, 4 fabbriche di quelle enormi e rosse degli anni 40, e poi prati, boschi.
e Oddio un ponte, ma dove cavolo siamo?! Ci siamo persi Blu, non ridere. Ah, ecco, riconosco la strada.</i> E così dopo un'ora e mezza di camminata, con somma gioia del mio cane torniamo a casa. Dai Gimli ora tocca a te, aspetta che prendo la spazzatura. Plastica, umido, carta. Ah sì la carta la infilo tutta in questa bella scatola di cartone. Pure l telefono che non si sa mai. Mmmm...niente tasche. Vabbè ecco il lampo di genio- metto nella scatola della carta, vuoi che non mi ricordi di toglierlo pri ma di buttarla?!?!?! ascensore, spazzatura, butto tutto. Tutto. 50 metri e ...ora prendo il telefono e... ÀAAARRRGGGGHHHHHH IL TELEFONO!
Come una cretina l'avevo lasciato nella scatola. Torno indietro di corsa ed eccolo lì...impossibile da prendere. Fermo un ragazzo convinta che col braccio più lungo ce l'avrebbe potuta fare (manco fosse stato Carletto il Principe dei Mostri) e invece niente: non si impegna. Alla fine resto sola: io, Gimli, il cellulare nel bidone e una scopa. UNA SCOPA?!?! Ma certo che con la scopa ci riuscirò. E così tra sudore, schifo, fatica e un'abilità che manco la pesca alle giostre recupero il mio cellulare.
E poi di corsa a comprare il ibro, che qui nei primi giorni di scuola sono tutti fomentati tra penne, quaderni e libri. Ed oltre ai miei libri prendo le penne rossa, blu, verde che servono per distinguere le parole. Non ridete.
E poi mi incontro con una ragazza italiana e parliamo di lavoro, di quest'esperienza che alla fine è una lima, per alcune cose ci accomuna tutti. Ci riporta tutti allo stato grezzo, a prescindere dalla forma che avevamo prima di fare il salto.
Pranziamo insieme e poi da Primark, come se fosse una giornata di shopping con un'amica invece che con una persona conosciuta da 10 minuti.
Perchè a volte l'unica cosa che serve sono due chiacchere, una giro per negozi riflettendo su quanto le distanze ed i tempi cambino, in una situazione come questa.
I ragazzi che abitano sopra di noi, per esempio, mi sembra di conoscerli da una vita.
Tempo?! Le 14! Sono le 14!! La fila è troppo lunga, mollo i miei acquisti e scappo a prendere la metro.
I miei cani mi aspettano.
Ho bisogno di un dog sitter.
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domenica 14 luglio 2013
Attese e passaggi (apparentemente) inutili
Non la chiamerei tanto freddezza, quella dei tedeschi, quanto più essere terribilmente burocrati e seri, ecco. Premettendo che io a Roma le case le ho sempre affittate col passaparola "oh ma lo sai che il cugino de 'n amico de uno che c'ha er banco ar mercato lascia 'na casa?!" e quindi non ho mai avuto bisogno di andare in agenzia e non so esattamente come funzionino le cose ma qui la sensazione è che sia tutto terribilmente rigido.
Tu vuoi affittare una casa che "calda" (tutte le spese di luce, acqua e gas incluse) viene a costare 700 euro? Bene se non hai una busta paga di 2.100 euro (netti) te la puoi pure dimenticare. In un certo senso oltre a tutelare loro stessi, tutelare i proprietari delle casa, tutelano anche te che non ti ritroverai mai a non poter pagare l'affitto. Ma vaglielo a spiegare che a Roma hai pagato 950 euro di canone mensile (spese di condominio escluse) per due anni durante i quali solo i primi mesi avete lavorato in due, poi hai lavorato solo te e la padrona di casa era anche la titolare della società per cui lavoravi e sapeva benissimo che alcuni mesi saremmo rimasti con 300 euro, altri mesi con niente, altri ancora non ci sarebbero bastati nemmeno per l'affitto (e nonostante questo, non ha mai aspettato u n solo giorno). Come è stato possibile sopravvivere?! Me lo chiedo ancora, a volte. Aiuti dalle famiglie, risparmi dilapidati, botte di culo.
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mercoledì 10 luglio 2013
Una volta qui era tutta campagna
8Da brava social network addicted quando abbiamo deciso di trasferirci ho dato un'occhiata in giro sul web per quanto riguarda l' agomento "vivere a Berlino", tra qualche cosa utile e molte cose inutili, quellon che emerge prepotente è il desiderio di scoraggiare "nuovi arrivi" espresso nei modi più astiosi possibile.
Soprattutto facendo allarmismo sul fatto che "no, il lavoro non c'è "quando invece la nostra esperienza dice il contrario: mio marito cuoco dipolmato alberghiero da due anni in piena crisi lavorativa a Roma, qui ha trovato lavoro dopo un giorno. Non dopo un mese, ma dopo UN giorno. Quindi, dipende dai lavori ma ho la sensazione che se sei qualificato lavori e se ti dai da fare comunque qualcosa esce.
E poi avvertimenti che "no, non si trovano appartamenti "e quindi "esistono agenzie di italiani a Berlino, chiedi a loro" diventa l'unico consiglio che leggi in giro e spesso, soprattutto se sei appena arrivato, non hai ancora un lavoro o comunque ce l'hai da poco e magari con una busta paga non altissima, rivolgersi a connazionali rimane davvero l'unica soluzione.
Non per noi che abbiamo preferito prenotare una casa vacanze su Airbnb per due mesi, in attesa di trovare un affitto berlinese (600 euro calda, tutto incluso, 60 mq in pieno "centro" -lo virgoletto perchè centro a Berlino è un po' un non sense- a Prenzelauerg Berg) e non un affitto italiano (stessa zona, 40mq monolocale a 950 euro tutto incluso). Perchè mi duole dirlo ma noi italiani siamo italiani ovunque e un po'ci piace arrotondare. E pure speculare sui connazionali appena arrivati che non conoscono la lingua, non conoscono la città e soprattutto non hanno un cognato che parla tedesco e che ha vissuto a Berlino e che ora è comunque in Germania. E anche se poi sulle nostre pagine fb di emigrati famosi ci diciamo dispiaciuti per la situazione drammatica che l'Italia sta passando, al tempo stesso avvertiamo che "Berlino non è il paradiso" e intanto contiamo gli incassi che i nuovi polli nostri compaesani finiranno col lasciarci. Forse è vero che anche Berlino sta cambiando e che se fossi venuta a vivere qui nel 2009, la prima volta che mi fu proposto, ora saremmo già sistemati, forse con un paio di pupi, un Altbau a Mitte, una bici col carrello e un cane che cammina sciolto accanto a noi tipo telecomandato. Ma non sarebbe Blu, non ci saremmo sposati a Caracalla, non mi avrebbe accompagnata Betta con la Mini rossa e non avrei mai fatto quel milione di cose meravigliose che ho fatto negli ultimi anni. Non ultimo conoscere ed amare degli amici bellissimi. Non mi sarei vissuta il declino dell'Italia, la crisi che ti manda a casa marito e padre nello stesso periodo, le delusioni politiche, le litigate per l'arrivo di Grillo, non avrei visto nascere Eva. E quindi mi va bene la sensazione di essere arrivata tardi, in una città che tutti sembrano conoscere meglio di me e addirittura rimpiangere. Mi vanno bene gli affitti un po' aumentati, un po' meno che la colpa sia -anche- di noi italiani.
Soprattutto facendo allarmismo sul fatto che "no, il lavoro non c'è "quando invece la nostra esperienza dice il contrario: mio marito cuoco dipolmato alberghiero da due anni in piena crisi lavorativa a Roma, qui ha trovato lavoro dopo un giorno. Non dopo un mese, ma dopo UN giorno. Quindi, dipende dai lavori ma ho la sensazione che se sei qualificato lavori e se ti dai da fare comunque qualcosa esce.
E poi avvertimenti che "no, non si trovano appartamenti "e quindi "esistono agenzie di italiani a Berlino, chiedi a loro" diventa l'unico consiglio che leggi in giro e spesso, soprattutto se sei appena arrivato, non hai ancora un lavoro o comunque ce l'hai da poco e magari con una busta paga non altissima, rivolgersi a connazionali rimane davvero l'unica soluzione.
Non per noi che abbiamo preferito prenotare una casa vacanze su Airbnb per due mesi, in attesa di trovare un affitto berlinese (600 euro calda, tutto incluso, 60 mq in pieno "centro" -lo virgoletto perchè centro a Berlino è un po' un non sense- a Prenzelauerg Berg) e non un affitto italiano (stessa zona, 40mq monolocale a 950 euro tutto incluso). Perchè mi duole dirlo ma noi italiani siamo italiani ovunque e un po'ci piace arrotondare. E pure speculare sui connazionali appena arrivati che non conoscono la lingua, non conoscono la città e soprattutto non hanno un cognato che parla tedesco e che ha vissuto a Berlino e che ora è comunque in Germania. E anche se poi sulle nostre pagine fb di emigrati famosi ci diciamo dispiaciuti per la situazione drammatica che l'Italia sta passando, al tempo stesso avvertiamo che "Berlino non è il paradiso" e intanto contiamo gli incassi che i nuovi polli nostri compaesani finiranno col lasciarci. Forse è vero che anche Berlino sta cambiando e che se fossi venuta a vivere qui nel 2009, la prima volta che mi fu proposto, ora saremmo già sistemati, forse con un paio di pupi, un Altbau a Mitte, una bici col carrello e un cane che cammina sciolto accanto a noi tipo telecomandato. Ma non sarebbe Blu, non ci saremmo sposati a Caracalla, non mi avrebbe accompagnata Betta con la Mini rossa e non avrei mai fatto quel milione di cose meravigliose che ho fatto negli ultimi anni. Non ultimo conoscere ed amare degli amici bellissimi. Non mi sarei vissuta il declino dell'Italia, la crisi che ti manda a casa marito e padre nello stesso periodo, le delusioni politiche, le litigate per l'arrivo di Grillo, non avrei visto nascere Eva. E quindi mi va bene la sensazione di essere arrivata tardi, in una città che tutti sembrano conoscere meglio di me e addirittura rimpiangere. Mi vanno bene gli affitti un po' aumentati, un po' meno che la colpa sia -anche- di noi italiani.
venerdì 5 luglio 2013
Haustiere erlaubt
Sapevo che la ricerca della casa non sarebbe stata facile ma pensavo anche che avremmo avuto piú tempo a disposizione per iniziarla.
Ed invece, da questa casa il 27 saremo fuori e passare da una casa vacanze ad un'altra me lo vorrei evitare davvero, per cui diamoci sotto e cerchiamo casa con contratto di affitto dove poter stare "almeno" un anno.
Qui la situazione è complicata: da quello che so e che ho capito TUTTI vivono in affitto a Berlino, quasi nessuno compra case (eccezion fatta per gli italiani) quindi la richiesta è tanta e la concorrenza spietata.
Se vi chiedete perchè allora non cerco da proprietari italiani la risposta è racchiusa nel fatto che anche i loro affitti sono molto "italiani" e che c'ho scritto Gioconda in fronte?!
Ci sono vari siti di agenzie o annunci di privati e funziona così: chiami e prendi un appuntamento per vedere la casa e dentro ci trovi l'affittuario che -da contratto con l'agenzia- deve accordarsi con l'eventuale nuovo inquilino e chiedergli se vuole che venga rimessa la carta da parati o data un'imbiancatura (tutti quelli che lasciano casa sono tenuti a farlo). Inoltre se non ha dato i tre mesi di preavviso deve pure occuparsi di trovare un nuovo inquilino.
Ma il fatto di essere piaciuto tantissimo al vecchio inquilino non significa niente perché comunque l'ultima parola l'avrá la famigerata "agenzia" con la quale dovrai riuscire a prendere un appuntamento, portargli tutti i documenti: contratto di lavoro, anmeldung (domicilio), schufa (certificato che NON sei un cattivo pagatore ma per i nuovi arrivati è una formalità) ecc. e poi ti faranno sapere.
Per non parlare dei famosi casting in cui a vedere la casa si va in tanti e poi quello che piace di più o comunque il più veloce a portare i documenti in agenzia si aggiudica la casa.
La nostra situazione si complica ulteriormente dal fatto di avere un solo lavoro e due cani, ma qualcosa di molto abbordabile è uscito, ora aspettiamo le famose chiamate dell'agenzia e domenica ci faremo pure un casting, che non si sa mai. Senza corsa finale però, che l'agenzia la domenica è chiusa.
I bambini durante il giorno escono dagli asili (kindergarten) e vanno con le educatrici a passeggio o ai giardini.
Gli autobus sono di una puntualità imbarazzante almeno per me nata e cresciuta con l'Atac.
L'autista ogni volta che ce ne è bisogno scende dal bus e va a tirare giù la pedana dalle porte centrali ed aiuta il passeggero con disabilità a salire e scendere.
Piove due minuti e i bambini continuano a scorrazzare tra l'erba, nessuno torna a casa o si ripara perchè sanno che presto smetterà e soprattutto sanno che tra qualche mese ci sarà un lungo inverno da affrontare.
Quindi meglio fare scorta di sole.
Ed invece, da questa casa il 27 saremo fuori e passare da una casa vacanze ad un'altra me lo vorrei evitare davvero, per cui diamoci sotto e cerchiamo casa con contratto di affitto dove poter stare "almeno" un anno.
Qui la situazione è complicata: da quello che so e che ho capito TUTTI vivono in affitto a Berlino, quasi nessuno compra case (eccezion fatta per gli italiani) quindi la richiesta è tanta e la concorrenza spietata.
Se vi chiedete perchè allora non cerco da proprietari italiani la risposta è racchiusa nel fatto che anche i loro affitti sono molto "italiani" e che c'ho scritto Gioconda in fronte?!
Ci sono vari siti di agenzie o annunci di privati e funziona così: chiami e prendi un appuntamento per vedere la casa e dentro ci trovi l'affittuario che -da contratto con l'agenzia- deve accordarsi con l'eventuale nuovo inquilino e chiedergli se vuole che venga rimessa la carta da parati o data un'imbiancatura (tutti quelli che lasciano casa sono tenuti a farlo). Inoltre se non ha dato i tre mesi di preavviso deve pure occuparsi di trovare un nuovo inquilino.
Ma il fatto di essere piaciuto tantissimo al vecchio inquilino non significa niente perché comunque l'ultima parola l'avrá la famigerata "agenzia" con la quale dovrai riuscire a prendere un appuntamento, portargli tutti i documenti: contratto di lavoro, anmeldung (domicilio), schufa (certificato che NON sei un cattivo pagatore ma per i nuovi arrivati è una formalità) ecc. e poi ti faranno sapere.
Per non parlare dei famosi casting in cui a vedere la casa si va in tanti e poi quello che piace di più o comunque il più veloce a portare i documenti in agenzia si aggiudica la casa.
La nostra situazione si complica ulteriormente dal fatto di avere un solo lavoro e due cani, ma qualcosa di molto abbordabile è uscito, ora aspettiamo le famose chiamate dell'agenzia e domenica ci faremo pure un casting, che non si sa mai. Senza corsa finale però, che l'agenzia la domenica è chiusa.
I bambini durante il giorno escono dagli asili (kindergarten) e vanno con le educatrici a passeggio o ai giardini.
Gli autobus sono di una puntualità imbarazzante almeno per me nata e cresciuta con l'Atac.
L'autista ogni volta che ce ne è bisogno scende dal bus e va a tirare giù la pedana dalle porte centrali ed aiuta il passeggero con disabilità a salire e scendere.
Piove due minuti e i bambini continuano a scorrazzare tra l'erba, nessuno torna a casa o si ripara perchè sanno che presto smetterà e soprattutto sanno che tra qualche mese ci sarà un lungo inverno da affrontare.
Quindi meglio fare scorta di sole.
martedì 2 luglio 2013
mobbing condominiale.
Pare che abbiamo trovato il primo italiano che è riuscito a metterci nei guai: affittandoci una casa su Airbnb con la dicitura "cani ammessi" mentre qui di ammessi sono a malapena i cristiani.
E così, mentre mi accingevo ad affrontare la prima giornata libera di pura esplorazione e, su una panchina fuori dalla metro aspettavo arrivassero le 10 per poter utilizzare il mio abbonamento, ecco la telefonata del padrone di casa: mi avverte di essere stato chiamato dall'hausemiester che si lamentava di decine di telefonate -dice lui- ricevute dai condomini con le quali si lamentavano dei cani che -dicono loro- abbaiano giorno e notte.
Addio sole, prato, passeggiata, nessun progetto, libri, piedi nudi sull'erba: torno di corsa a casa piena di ansia terrorizzata all'idea di trovare una "cagnara" causata dai miei cani, che ne so, in piena crisi di abbandono e disorientamento, nonostante il distacco graduale e -apparentemente- ben riuscito.
Arrivo e nel condominio il solito silenzio e dalle finestre di casa il nulla più assoluto. Aspetto mezz'ora, quaranta minuti e ancora tutto tace. Ne ero sicura, del resto.
Incazzata telefono al tipo e in tedesco blatero qualcosa sul fatto che sono lì e se possiamo vederci per parlare, lui -coincidenza- era davanti la porta di casa e pensa bene di suonare. Io lo chiamo e -grazie al cazzo- Blu sente la mia voce, il campanello e abbaia.
Gli spiego e gli mostro che lo fa solo perchè io sono lì e che se me ne vado smette dopo due minuti.
Pare capire ma nonostante questo, ci spiega, lui deve dare conto agli inquilini e
noi, mi fa capire, stando in casa vacanze non contiamo niente.
E mi dice, tra le altre cose, che i vicini suonano -coincidenza sempre quando non ci siamo noi- e arigrazie ar cazzo che abbaiano.
Vabbè, scrivo un bigliettino in cui spiego che se suonano i cani abbaiano quindi meglio non suonare, bitte.
Ancora qualche settimana e speriamo di trovare una casa in cui sia ammesso respirare senza disturbare nessuno.
Ma.
La cameriera della bakery in cui vado la mattina è sorridente e simpatica, ha capito che voglio imparare il tedesco, mi parla langsam e mi corregge.
Mi sono iscritta a scuola e l'8 agosto inizio. 5 giorni a settimana quasi 5 ore al giorno.
Il posto dove ha trovato lavoro Andrea è fighissimo e sembrerebbe pure serio.
Sento tutte le persone che ho lontano qui vicino, sento i pensieri, gli auguri, il tifo, le emozioni.
Non mi mollate, non vi mollo.
E così, mentre mi accingevo ad affrontare la prima giornata libera di pura esplorazione e, su una panchina fuori dalla metro aspettavo arrivassero le 10 per poter utilizzare il mio abbonamento, ecco la telefonata del padrone di casa: mi avverte di essere stato chiamato dall'hausemiester che si lamentava di decine di telefonate -dice lui- ricevute dai condomini con le quali si lamentavano dei cani che -dicono loro- abbaiano giorno e notte.
Addio sole, prato, passeggiata, nessun progetto, libri, piedi nudi sull'erba: torno di corsa a casa piena di ansia terrorizzata all'idea di trovare una "cagnara" causata dai miei cani, che ne so, in piena crisi di abbandono e disorientamento, nonostante il distacco graduale e -apparentemente- ben riuscito.
Arrivo e nel condominio il solito silenzio e dalle finestre di casa il nulla più assoluto. Aspetto mezz'ora, quaranta minuti e ancora tutto tace. Ne ero sicura, del resto.
Incazzata telefono al tipo e in tedesco blatero qualcosa sul fatto che sono lì e se possiamo vederci per parlare, lui -coincidenza- era davanti la porta di casa e pensa bene di suonare. Io lo chiamo e -grazie al cazzo- Blu sente la mia voce, il campanello e abbaia.
Gli spiego e gli mostro che lo fa solo perchè io sono lì e che se me ne vado smette dopo due minuti.
Pare capire ma nonostante questo, ci spiega, lui deve dare conto agli inquilini e
noi, mi fa capire, stando in casa vacanze non contiamo niente.
E mi dice, tra le altre cose, che i vicini suonano -coincidenza sempre quando non ci siamo noi- e arigrazie ar cazzo che abbaiano.
Vabbè, scrivo un bigliettino in cui spiego che se suonano i cani abbaiano quindi meglio non suonare, bitte.
Ancora qualche settimana e speriamo di trovare una casa in cui sia ammesso respirare senza disturbare nessuno.
Ma.
La cameriera della bakery in cui vado la mattina è sorridente e simpatica, ha capito che voglio imparare il tedesco, mi parla langsam e mi corregge.
Mi sono iscritta a scuola e l'8 agosto inizio. 5 giorni a settimana quasi 5 ore al giorno.
Il posto dove ha trovato lavoro Andrea è fighissimo e sembrerebbe pure serio.
Sento tutte le persone che ho lontano qui vicino, sento i pensieri, gli auguri, il tifo, le emozioni.
Non mi mollate, non vi mollo.
lunedì 24 giugno 2013
Mentre esco dalla Cgil dove con una firma interrompo felice il mio rapporto di lavoro, mi arriva la notizia della condanna a Berlusconi Silvio, passa una bella canzone alla radio e il cielo mi sembra bellissimo.
(questo lo status sfogo scritto su un social network nel pomeriggio. Continua.)
Perché oggi proprio questo è successo: ho chiuso definitivamente con il mio ultimo lavoro, l'ultimo di una lunga serie.
L'ultimo, faticoso, impegnativo, difficile, logorante, meraviglioso e soprattutto "a progetto", lavoro:
laboratori teatrali nelle scuole materne: un anno passato tra 8 scuole su tutta Roma, una media di 3 classi a scuola, 24 classi , 25 bambini a classe, 3 maestre.
Fatevi un conto, anzi no, lasciate stare.
Che tanto non riuscireste comunque a visualizzare visini, occhi, abbracci, pianti, musi, morsi "maestra, lo sai che mamma m'ha morso", nodi alla gola, emozioni.
Anno reso ancor più speciale dalla decisione, presa a gennaio, di espatriare.
E così, a fine anno scolastico arriva la lettera di conciliazione, in cui dichiaro di non avere nulla da pretendere dalla bla bla bla s.p.a. e mentre da un lato so che la loro non è una procedura estremamente corretta, che comunque non ho mai lavorato davvero a progetto, che avevo orari da rispettare e giorni e recuperi, dall'altra so anche che conoscevo bene il contratto porcata (mai avuto altro in vita mia) e quindi NO, la vertenza non l'avrei comunque fatta. Inoltre, a mo' di contentino forse, ma non dovuto e nemmeno aspettato, hanno avuto l'accortezza di arrotondare lo stipendio di qualche centinaia di euro e allora
forse sbagliando ma non voglio, non riesco a partire e lasciare un contenzioso aperto, voglio lasciarmi alle spalle questa e tutte le cose brutte che mi hanno fatto decidere di andare via dall'Italia.
Quindi oggi con una firma formale, un abbraccio molto informale e qualche soldo in più in tasca (ovviamente pochissimo rispetto a ciò che avrei meritato) esco da un palazzo dietro Piazza Vittorio e guardo il cielo che è bello e nuvoloso.
Con una luce che sembra quasi un tramonto ma ancora non lo era davvero, uno di quei cieli che vorresti solo fotografare.
Salgo in macchina e dalla radio parte una canzone bella.
Mi collego su facebook dallo smartphone che, lo vogliamo negare? ormai è un automatismo e leggo "condannato".
Alzo gli occhi, il cielo è sempre lì bello come prima anzi forse leggermente di più ora che le nuvole lasciano filtrare quel raggio di sole che cambia tutto, la canzone fortunatamente era appena iniziata (e che c'è di meglio di beccare una canzone alla radio quasi dall'inizio?) me la ascolto tutta e respiro.
Mi infilo nei polmoni un pezzo di vita nuova.
Che prova ad essere addirittura giusta.
E pulita.
domenica 16 giugno 2013
3...2...1...
[Come quando per trovare il coraggio di uscire con un fidanzatino, da piccola, devi prima lasciare l'altro.
Almeno a me succedeva così.]
Ed ecco, ora che dopo tanti anni ho scritto l'ultimo post sul vecchio blog, l'ho salutato, gli ho spiegato i motivi di questo cambiamento, finalmente mi sento libera di scrivere qui.
Si avvicina il giorno della nostra partenza e domani,
che mi alzerò senza dover prendere la macchina per raggiungere una scuola dall'altra parte di Roma ed allestire lo spettacolo e calmare i bambini e placare le paranoie delle maestre e tenere a bada le ire immotivate della capa (capa? Ex capa, grazie) e cantare, ballare, saltare, giocare con loro e poi salutarli ed augurargli buona vita...domani, che mi alzerò con calma, porterò fuori Blu, farò dei giri e poi raggiungerò mia sorella in una Spa (da non crederci)...
forse mi renderò conto che sì: sono libera.
Libera e in attesa di raggiungere la mia nuova vita.
Mi renderò conto che mancheranno solo 9 giorni. Solo una settimana e due giorni.
A cosa bene non si sa.
Di certo ci sono una macchina, un furgone pieno delle nostre cose, noi due, loro due (i canetti), uno zio e un padre pronti ad accompagnarci, 1.600 km ed un cognato ad aspettarci.
Almeno a me succedeva così.]
Ed ecco, ora che dopo tanti anni ho scritto l'ultimo post sul vecchio blog, l'ho salutato, gli ho spiegato i motivi di questo cambiamento, finalmente mi sento libera di scrivere qui.
Si avvicina il giorno della nostra partenza e domani,
che mi alzerò senza dover prendere la macchina per raggiungere una scuola dall'altra parte di Roma ed allestire lo spettacolo e calmare i bambini e placare le paranoie delle maestre e tenere a bada le ire immotivate della capa (capa? Ex capa, grazie) e cantare, ballare, saltare, giocare con loro e poi salutarli ed augurargli buona vita...domani, che mi alzerò con calma, porterò fuori Blu, farò dei giri e poi raggiungerò mia sorella in una Spa (da non crederci)...
forse mi renderò conto che sì: sono libera.
Libera e in attesa di raggiungere la mia nuova vita.
Mi renderò conto che mancheranno solo 9 giorni. Solo una settimana e due giorni.
A cosa bene non si sa.
Di certo ci sono una macchina, un furgone pieno delle nostre cose, noi due, loro due (i canetti), uno zio e un padre pronti ad accompagnarci, 1.600 km ed un cognato ad aspettarci.
"nel mezzo c'è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è
silenziosamente costruire
e costruire è sapere e potere
rinunciare alla perfezione -N. Fabi- "
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