Entra il blu, esce il rosso.
Così ho affrontato quel travaglio che mi portava ad abortire, perché i dolori ci sono stati, inaspettati e forti e chissà come chissà perché, mi è venuto fuori qualche rimasuglio di yoga, palestra, non so nemmeno io bene cosa e mi ha salvata con questa respirazione.
Il blu, che era già venuto fuori parlando con la mia psicologa.
Il blu che è anche il nome del mio adorato canetto Blu.
Che pare corrisponda ad un Chakra specifico.
Il blu mi ha salvata. E anche Blu, mi ha salvata.
Blu, col quale sento di avere un legame sempre più forte, grazie anche ad Ilaria, educatrice cinofila/ormai amica che abbiamo incontrato qui e che ci sta aiutando tanto, soprattutto sta aiutando me a non farmi soggiogare dal legame forte che ho con lui.
Legame così forte che mi ha portata a telefonare ad Andrea, durante un comunissimo sabato in cui ero a lavoro e mi prendevo una pausa, proprio mentre Blu stava avendo una crisi epilettica. Sarà un caso, ma io penso che si tratti di un legame inspiegabilmente forte. Come se mi avesse chiamata, ecco.
E' stato orrendo, tutto è crollato di nuovo, proprio mentre ci stavamo per rialzare, ecco che crolla tutto di nuovo. La reazione c'è stata, immediata e decisa, mi sono fatta aiutare certo da persone stupende che un anno fa non sapevo nemmeno esistessero e senza le quali non ce l'avrei fatta.
Da Heidi che è un angelo custode.
Per fortuna sembrerebbe essere stato solo un episodio, speriamo fortemente che non si verifichi mai più ma di nuovo, dopo pochi mesi, mi sono vista sbattere in faccia l'imprevidibilità, l'impossibilità di avere tutto sotto controllo, il fatto che non si può essere sempre in salute e che sì, esiste pure la morte. O l'ipotesi della stessa.
Non so quanto sia passato dall'aborto, forse un paio di mesi, so però per certo che è passato un anno (e spicci) dal nostro arrivo a Berlino.
Una macchina, un furgone, noi, i nostri cani, i nostri accompagnatori e tanti scatoloni: niente di complicato a ripensarci, ed invece cavolo se è stato complicato organizzare il tutto continuando a lavorare, pregando di avere il meritato stipendio (niente liquidazione, che scherziamo?!) riuscire a salutare tutti (impossibile), non farsi scappare una lacrimuccia (altrettanto impossibile), continuare a dirsi "stai facendo la cosa giusta".
Un anno fa mettevamo piede a Berlino, a Charlottenburg per l'esattezza, dove ad aspettarci c'era solo Alessandro mio cognato ed eravamo carichi di tutto e ci accingevamo a trascorrere una serata assurda con tanto di polizia alla porta di casa per una canna fumata in balcone, vabbè ma questo è solo un colorito aneddoto.
Ma nemmeno nelle fantasie più recondite avrei potuto immaginare un bilancio così positivo e per positivo no, non intendo tutto rose e fiori, ma positivo nel senso di fattibile, possibile, con margine di costante miglioramento.
Andrea che trova lavoro in un giorno.
Noi che troviamo casa con un contratto per tre anni dopo nemmeno un mese.
Io che dopo nemmeno un anno supero brillantemente il livello B1 in tedesco ed ora lavoro a contatto col pubblico parlando solo questa strana lingua.
Che lavoro, tra l'altro, in un posto gestito da persone deliziose, simpatiche, che mi aiutano col tedesco e che mi fanno sentire a casa.
Io che ho quindi, ben due lavori e che fatico un decimo di quando ne avevo solo uno.
Un aborto di mezzo e un'esperienza di quasi cinque mesi di gravidanza, due dei quali molto difficili, durante la quale sono stata aiutata da una sanità eccellente.
Delle persone speciali e bellissime.
La possibilità di avere una vita sociale.
Ci sono anche le cose negative ma non mi piace elencarle, sono in ogni giorno, in ogni frase, fanno parte della quotidianità, se mi fermo a pensarci ne esce una anche adesso ma perché dovrei soffermarmici proprio ora? Ora no.
Tanto sono sempre qui.
E chi non arriva a percepire questo ed ha bisogno di leggere la lamentela o peggio, l'elenco di lamentele, non ha niente da dividere con me.
Il mio bilancio è super positivo e rifarei tutto domani.
Lo so che questo non piacerà a chi è qui da un po' e scoraggia gli altri perché trasferendosi invece che 10 scatoloni di libri come ho fatto io, s'è portato dietro un orticello.
E sia chiaro, parlo di scoraggiare in modo stupido, non sensato, banale: è verissimo che è difficile, che senza lingua non fai nulla, che per riuscire ad avere una casa in affitto devi fare i salti mortali (o più semplicemente devi dimostare di essere affidabile economicamente), ma se ce l'abbiamo fatta noi e tanta altra gente, come si può dire che è impossibile?
Poi non piacerà nemmeno a quelli che stanno qui, stanno bene qui ma fa tanto figo denigrare il posto in cui vivono e in cui stanno bene o in cui stanno meglio. Perché se ci stai, mi viene da pensare che tu ci stia meglio, oder?
Poi non piacerà nemmeno a chi è ancora in Italia e giudica le mie parole faziose, scoraggianti, non piacerà a chi mi ha accusata (non ridete) di essere passata dalla parte del colonizzato, a discapito del colonizzatore. Gente che mi conosce anche un po' eh, ma niente, quando la capoccia fa corto circuito succede pure questo.
A chi afferma che scappare è facile, resta e lotta. Come se avessero mai davvero lottato.
Come se mi fosse mai venuto in mente di dire che chi rimane sbaglia, come se mi fossi mai permessa di giudicare. Ma che cazzo ve dirà la testa, boh.
Non piacerà a chi ama vedere "le case crollare", ma pazienza.
So invece che piacerà a Giordano, a Betta, a Giustina, a mia sorella, ai miei genitori, a Laura e Chiccola, a Ramona, a Fabri, Gio, Fabio ed Emi, a Simona, a Ginevra, a Massi e Sara, Claudio e Francesca, Davide e Jenny, a tanta gente che conosco (ancora) solo virtualmente e poi basta perché è impossibile elencare tutte le persone che ci sono state vicine senza dimenticare qualcuno e fare quindi una figura di merda. Piacerà a voi, che state ridendo, che siete felici per come ci sono andate le cose e ci siete stati accanto quando le cose andavano male.
Ora mi vesto e mi preparo, ho una lavatrice da ritirare, c'è il sole e più tardi vado dalla psicologa perché quella serenità che leggete spesso, che vi fa gioire o vi infastidisce, che non capite, che deridete, alla quale non credete o che invidiate, non è altro che un lavoro. Un durissimo e quotidiano lavoro.
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martedì 1 luglio 2014
Un anno normale.
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mercoledì 6 novembre 2013
Dal mobbing in Italia alla speranza tedesca.
http://frontierenews.it/2013/11/dal-mobbing-in-italia-alla-speranza-tedesca-storia-di-unitaliana-a-berlino/
Donna, italiana, 36 anni.
Un diploma in ragioneria mai utilizzato del quale non se ne capiscono bene le ragioni, una laurea in Psicologia mai raggiunta. Da sempre ho lavorato con i bambini: da baby sitter ad operatrice ludico-didattica nelle scuole dell’infanzia insegnando teatro.
Un lavoro meraviglioso, prezioso per il solo fatto di poter essere a contatto con i bambini che, nonostante fatica, capricci e arrabbiature, riescono a donare e a insegnare molto, sempre. A modo loro, certo.
Ma gli aspetti positivi e meravigliosi di questo lavoro dopo qualche anno sono stati surclassati daun eterno contratto a progetto che non permetteva un giorno di febbre e dalle incomprensioni con “i grandi”. Ma c’era e andava tenuto stretto.
Accanto a me un uomo che si è sempre districato nelle cucine romane come cuoco. Più o meno soddisfatto, più o meno retribuito ma sempre con contratti sicuri. Poi, tre anni fa, arrivano 7 punti su un dito, il diritto esercitato di mettersi in malattia e la reazione del proprietario del noto e fighetto ristorante romano: due settimane di mobbing ed un licenziamento per esubero di personale. Facile, no?
Gli anni che seguirono ci misero a dura prova e nel frattempo facemmo la conoscenza di Berlino: nuova e vecchissima, un cantiere a cielo aperto, una possibilità, una città terribilmente affascinante. Ammiccante e fredda al tempo stesso, difficile resisterle.
Ma due anni fa non ero ancora pronta e non lo rimpiango.
Non volevo lasciare amici e famiglia e non volevo abbandonare il campo già martoriato ma non ancora completamente abbandonato di quello che era in quegli anni la politica italiana e dove ancora volevo provare a muovermi. Senza vicinanze con nessun partito né ambizioni in quel senso ma spinta dal solo cuore, dalla voglia di civiltà, dall’odio per le ingiustizie alle quali siamo in gran parte assuefatti, istinti primari che mi tenevano sempre con un piede tra piazze e movimenti.
Ma poi, la lotta divenne personale: giornate intere passate a cercare di resistere continuando a fare un lavoro che era diventato frustrante e difficile, un affitto di 1000 euro, condominio escluso, nella periferia Sud-Est di Roma, un marito disoccupato o comunque altalenante, giornate buttate in mezzo al traffico e giorni tutti uguali in cui si aspetta solo che sia sera per trovare rifugio sul divano, lasciando la città che ci rende schiavi e che non riusciamo più ad amare, fuori dalla porta.
E allora, cosa te ne fai di amici e famiglia se tutto quello che riesci a dare loro è senso di sconforto, malcontento, problemi? Forse altrove è possibile.
Forse altrove può essere migliore. Forse, mi sono detta, dovrei scegliere la qualità del tempo trascorso insieme piuttosto che la quantità. E così abbiamo mollato casa e lavoro (solo il mio, a quel punto) ed organizzato tutto in qualche mese.
Cosa avevamo di certo? I nostri cani, naturalmente. Una macchina per affrontare il viaggio dato che rinchiuderli nella stiva di un aereo non era nostra intenzione, un furgone noleggiato per portare con noi libri, cd, suppellettili, un pezzo di casa insomma, un magazzino dove tenere tutto ciò prenotato per due mesi e una casa-vacanze, più costosa certamente ma per avere la quale non ci hanno fatto nessun tipo di problema, anch’essa prenotata per due mesi.
Due mesi durante i quali, eravamo certi, ci saremmo sistemati. Di mesi ne sono passati quattro, alcune cose non sono andate come avevamo previsto e tra queste, la maggior parte sono andate molto meglio. Mio marito in due giorni e al primo colloquio effettivamente sostenuto (perché al primo appuntamento per un colloquio di lavoro la proprietaria, italiana, gli ha dato buca) ha trovato un lavoro in un ristorante tedesco. Contratto regolare, paga non alta ma buona, quanto meno per iniziare e considerando che non parla ancora tedesco.
Io invece, come da progetti, mi sono iscritta a scuola: seguo un corso intensivo di tedesco cinque ore al giorno per cinque giorni la settimana. La scuola è la Vhs la più popolare, economica, amata ed odiata scuola tedesca.
Il corso al quale sono iscritta è di integrazione e la differenza è solo nel costo: pago 120 euro al mese invece che 150 e dopo sei mesi, raggiunto cioè il livello B1 si sostiene l’esame, superato il quale ci verrà restituito la metà di quanto pagato. La possibilità di dedicarmi solo allo studio della lingua, di poter aspettare un po’ per cercare un lavoro mi rende felice.
Sto realizzando quello che non ho mai potuto fare in Italia e cioé stare un periodo senza lavorare per fare qualcosa per me, per investire, per provarci, per migliorarmi.
Nel frattempo mi godo lo stupore di scendere con il tram tutte le mattine ad Alexander Platz, mi godo la funzionalità dei mezzi di trasporto, le nuove amicizie, angoli più o meno conosciuti che giorno dopo giorno diventano familiari e no, non lo avresti detto mai.
Tutti i giorni penso all’amore che ancora vive in Italia: famiglia, amici, mi mancano sempre. Mi manca un pezzo. Ma di certo, sono più felice ora pur senza un pezzo, di prima quando quel pezzo ce l’avevo e non potevo goderne.
Quello che di certo è cambiato è la sensazione che ho, appena sveglia la mattina, di avere la possibilità di fare qualcosa.
Qualcosa per me, qualcosa che mi piace, qualcosa che forse non mi riuscirà ma posso provare. Quello che non potevo più fare in Italia.
Donna, italiana, 36 anni.
Un diploma in ragioneria mai utilizzato del quale non se ne capiscono bene le ragioni, una laurea in Psicologia mai raggiunta. Da sempre ho lavorato con i bambini: da baby sitter ad operatrice ludico-didattica nelle scuole dell’infanzia insegnando teatro.
Un lavoro meraviglioso, prezioso per il solo fatto di poter essere a contatto con i bambini che, nonostante fatica, capricci e arrabbiature, riescono a donare e a insegnare molto, sempre. A modo loro, certo.
Ma gli aspetti positivi e meravigliosi di questo lavoro dopo qualche anno sono stati surclassati daun eterno contratto a progetto che non permetteva un giorno di febbre e dalle incomprensioni con “i grandi”. Ma c’era e andava tenuto stretto.
Accanto a me un uomo che si è sempre districato nelle cucine romane come cuoco. Più o meno soddisfatto, più o meno retribuito ma sempre con contratti sicuri. Poi, tre anni fa, arrivano 7 punti su un dito, il diritto esercitato di mettersi in malattia e la reazione del proprietario del noto e fighetto ristorante romano: due settimane di mobbing ed un licenziamento per esubero di personale. Facile, no?
Gli anni che seguirono ci misero a dura prova e nel frattempo facemmo la conoscenza di Berlino: nuova e vecchissima, un cantiere a cielo aperto, una possibilità, una città terribilmente affascinante. Ammiccante e fredda al tempo stesso, difficile resisterle.
Ma due anni fa non ero ancora pronta e non lo rimpiango.
Non volevo lasciare amici e famiglia e non volevo abbandonare il campo già martoriato ma non ancora completamente abbandonato di quello che era in quegli anni la politica italiana e dove ancora volevo provare a muovermi. Senza vicinanze con nessun partito né ambizioni in quel senso ma spinta dal solo cuore, dalla voglia di civiltà, dall’odio per le ingiustizie alle quali siamo in gran parte assuefatti, istinti primari che mi tenevano sempre con un piede tra piazze e movimenti.
Ma poi, la lotta divenne personale: giornate intere passate a cercare di resistere continuando a fare un lavoro che era diventato frustrante e difficile, un affitto di 1000 euro, condominio escluso, nella periferia Sud-Est di Roma, un marito disoccupato o comunque altalenante, giornate buttate in mezzo al traffico e giorni tutti uguali in cui si aspetta solo che sia sera per trovare rifugio sul divano, lasciando la città che ci rende schiavi e che non riusciamo più ad amare, fuori dalla porta.
E allora, cosa te ne fai di amici e famiglia se tutto quello che riesci a dare loro è senso di sconforto, malcontento, problemi? Forse altrove è possibile.
Forse altrove può essere migliore. Forse, mi sono detta, dovrei scegliere la qualità del tempo trascorso insieme piuttosto che la quantità. E così abbiamo mollato casa e lavoro (solo il mio, a quel punto) ed organizzato tutto in qualche mese.
Cosa avevamo di certo? I nostri cani, naturalmente. Una macchina per affrontare il viaggio dato che rinchiuderli nella stiva di un aereo non era nostra intenzione, un furgone noleggiato per portare con noi libri, cd, suppellettili, un pezzo di casa insomma, un magazzino dove tenere tutto ciò prenotato per due mesi e una casa-vacanze, più costosa certamente ma per avere la quale non ci hanno fatto nessun tipo di problema, anch’essa prenotata per due mesi.
Due mesi durante i quali, eravamo certi, ci saremmo sistemati. Di mesi ne sono passati quattro, alcune cose non sono andate come avevamo previsto e tra queste, la maggior parte sono andate molto meglio. Mio marito in due giorni e al primo colloquio effettivamente sostenuto (perché al primo appuntamento per un colloquio di lavoro la proprietaria, italiana, gli ha dato buca) ha trovato un lavoro in un ristorante tedesco. Contratto regolare, paga non alta ma buona, quanto meno per iniziare e considerando che non parla ancora tedesco.
Io invece, come da progetti, mi sono iscritta a scuola: seguo un corso intensivo di tedesco cinque ore al giorno per cinque giorni la settimana. La scuola è la Vhs la più popolare, economica, amata ed odiata scuola tedesca.
Il corso al quale sono iscritta è di integrazione e la differenza è solo nel costo: pago 120 euro al mese invece che 150 e dopo sei mesi, raggiunto cioè il livello B1 si sostiene l’esame, superato il quale ci verrà restituito la metà di quanto pagato. La possibilità di dedicarmi solo allo studio della lingua, di poter aspettare un po’ per cercare un lavoro mi rende felice.
Sto realizzando quello che non ho mai potuto fare in Italia e cioé stare un periodo senza lavorare per fare qualcosa per me, per investire, per provarci, per migliorarmi.
Nel frattempo mi godo lo stupore di scendere con il tram tutte le mattine ad Alexander Platz, mi godo la funzionalità dei mezzi di trasporto, le nuove amicizie, angoli più o meno conosciuti che giorno dopo giorno diventano familiari e no, non lo avresti detto mai.
Tutti i giorni penso all’amore che ancora vive in Italia: famiglia, amici, mi mancano sempre. Mi manca un pezzo. Ma di certo, sono più felice ora pur senza un pezzo, di prima quando quel pezzo ce l’avevo e non potevo goderne.
Quello che di certo è cambiato è la sensazione che ho, appena sveglia la mattina, di avere la possibilità di fare qualcosa.
Qualcosa per me, qualcosa che mi piace, qualcosa che forse non mi riuscirà ma posso provare. Quello che non potevo più fare in Italia.
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sabato 29 giugno 2013
Non terró mai un diario di bordo.
Radio in tedesco si dice radio, proprio come in italiano.
E dopo kilometri e kilometri di macchina mi sono resa conto che proprio lei é stata l'artefice del primo shock culturale. Ore di canzoni che arrivavano da uno zapping frenetico col quale cercavo di non cedere al sonno e ad ogni incipit pensare di aver riconosciuto il pezzo, e invece no, é solo un pezzo tedesco che presenta qualche assonanza. E a sembrarti familiarei sono Adele, gli Editors, musica dance an7ni '90. E basta. Nient'altro. Né un odioso Cruciani, né un monocorde Linus. La radio.
Che poi a dirla tutta, mi sento come se fossi impazzita e avessi deciso di fare 4ore di lezione di step perché un trasloco dal quarto piano senza ascensore a questo é paragonabile. Fatto in due, con la prospettiva di avere davanti 1500 km da affrontare, di notte. Quindi dopo la sessione "morte nera" di step metti il culo in macchina e ci trascorri 20 ore, il tempo che l'acido lattico si solidifichi ben bene. Le solite organizzazioni e scelte oculate. E dopo 5, 6 soste e tanti caffé si arriva. E si aprono le danze... Col panico da plakette auto, da parcheggio e da "dove lasciamo la macchina che ci ha scarrozzati" e poi scarica, pensa ai cani che ormai sono esauriti, entra a casa. Carina, casa. Un monolocale nemmeno troppo piccolo che sono certa farà il suo dovere. Per ora è un campo di battaglia perché dormiremo tutti qui per tre notti. Ma noi ci adattiamo. Dobbiamo solo ricordarci che dalle 22.01non si fiata, 'che i vicini mandano direttamente la polizei e quelli arrivano pure e ti entrano in casa chiedendo il permesso ma grossi come armadi e con l'aria di chi si aspetta di trovare un covo di narcotrafficanti messicani che preparano dosi di coca. La faccia che hanno fatto trovando una famiglia di italiani e una canna d'erba non la dimenticheró facilmente. Nemmeno lo spavento provato. Poi, per chiudere, non so quanto sopravviveró in una cittá dove il bus o la metro non si aspettano mai per piú di 5 minuti. Secondo shock culturale.
E dopo kilometri e kilometri di macchina mi sono resa conto che proprio lei é stata l'artefice del primo shock culturale. Ore di canzoni che arrivavano da uno zapping frenetico col quale cercavo di non cedere al sonno e ad ogni incipit pensare di aver riconosciuto il pezzo, e invece no, é solo un pezzo tedesco che presenta qualche assonanza. E a sembrarti familiarei sono Adele, gli Editors, musica dance an7ni '90. E basta. Nient'altro. Né un odioso Cruciani, né un monocorde Linus. La radio.
Che poi a dirla tutta, mi sento come se fossi impazzita e avessi deciso di fare 4ore di lezione di step perché un trasloco dal quarto piano senza ascensore a questo é paragonabile. Fatto in due, con la prospettiva di avere davanti 1500 km da affrontare, di notte. Quindi dopo la sessione "morte nera" di step metti il culo in macchina e ci trascorri 20 ore, il tempo che l'acido lattico si solidifichi ben bene. Le solite organizzazioni e scelte oculate. E dopo 5, 6 soste e tanti caffé si arriva. E si aprono le danze... Col panico da plakette auto, da parcheggio e da "dove lasciamo la macchina che ci ha scarrozzati" e poi scarica, pensa ai cani che ormai sono esauriti, entra a casa. Carina, casa. Un monolocale nemmeno troppo piccolo che sono certa farà il suo dovere. Per ora è un campo di battaglia perché dormiremo tutti qui per tre notti. Ma noi ci adattiamo. Dobbiamo solo ricordarci che dalle 22.01non si fiata, 'che i vicini mandano direttamente la polizei e quelli arrivano pure e ti entrano in casa chiedendo il permesso ma grossi come armadi e con l'aria di chi si aspetta di trovare un covo di narcotrafficanti messicani che preparano dosi di coca. La faccia che hanno fatto trovando una famiglia di italiani e una canna d'erba non la dimenticheró facilmente. Nemmeno lo spavento provato. Poi, per chiudere, non so quanto sopravviveró in una cittá dove il bus o la metro non si aspettano mai per piú di 5 minuti. Secondo shock culturale.
sabato 22 giugno 2013
Traslochi
3 traslochi in 6 anni di vita di coppia.
4 se aggiungo quello che mi ha portato a vivere da sola.
5 se contiamo l'Erasmus ma, come detto, l'Erasmus non conta quindi non lo conteremo.
Tutti traslochi fatti superficialmente -la prima volta lasciando un sacco di cose a casa dei miei, ad esempio-
oppure di corsa, come quando scappammo nottetempo dalla casa che all'epoca condividevo, inizialmente solo con un'amica -divenuta nel giro di anni un soggetto dal quale tenersi alla larga- e successivamente anche con la sua ragazza;
fuga funzionale al non finire con qualche lite terribile, faticosa ed inutile oppure peggio, vista la stabilità mentale che aleggiava in quelle quattro mura.
Quindi non ci fu tempo di selezionare cosa portare e cosa no: sacchi neri e via nella notte. Manco fossimo ladri.
Poi ci fu l'ultimo, quello che ci portò a spostarci da quella casa enorme ed economica in culo al mondo a questa: esosa, carina, colorata, dalle giuste dimensioni, piena zeppa di energia positiva in un quartiere che abbiamo adorato fatta eccezione per la mancanza di marciapiedi e di posti auto.
Trasloco fatto mentre lavoravo e per giunta nel periodo di Capodanno e quindi pure lì, si butta proprio quello che salta agli occhi e poi si porta tutto via dicendosi: "poi vedremo a casa nuova", sapendo che no, non vedrai proprio niente e che rimarrà tutto lì in scatole e scatole di polverosi ricordi sull'utilità dei quali ciclicamente ti interroghi e ti interrogherai.
Poi hai il tempo di fare un trasloco in modo un po' più accurato ed anche la necessità, visto che si espatria, e allora ti metti lì e apri dei varchi spaziotemporali.
Escono fuori lettere proprio di quelle scritte carta e penna, fotografie di quando ero piccola in braccio ad una giovanissima mamma nel cortile di casa di nonna, foto in cui non si vede quasi niente, sfocate, scure ma tu ricordi lo stesso il campo scuola in prima media o le vacanze in Sardegna con la famiglia e una femminilità che inizia a sbocciare.
E pure un bacio che però non ricordo se dato davvero o solo immaginato.
Il ceffone di mio padre per quella fuga notturna invece lo ricordo, quello non fu solo immaginato.
Le lettere che mia sorella mi spediva in Spagna, quelle che mi scriveva dalla stessa camera pregandomi -se vabbè, pregandomi...- di non rispondere che "non c'ho voglia di parlare, semmai scrivi" ma nelle quali si voleva comunque scusare per qualche scazzo o rispostaccia.
La nostra meravigliosa routine. Sempre e per sempre.
Le lettere delle amiche di sempre, di quelle nuove, di quelle perse e ritrovate, di quelle perse e basta.
Il primo lavoretto della mia vita, una letterina a nonna.
Le lettere di qualche specie d'amore, a modo suo magari.
Biglietti. Mamma mia quanti biglietti: concerti, treni, cinema, teatri.
E un po' di cose le ho buttate e un po' le ho preparate al viaggio e l'ho fatto forse anche in modo casuale.
Che chiedermi di scegliere tra ricordi sarebbe troppo.
4 se aggiungo quello che mi ha portato a vivere da sola.
5 se contiamo l'Erasmus ma, come detto, l'Erasmus non conta quindi non lo conteremo.
Tutti traslochi fatti superficialmente -la prima volta lasciando un sacco di cose a casa dei miei, ad esempio-
oppure di corsa, come quando scappammo nottetempo dalla casa che all'epoca condividevo, inizialmente solo con un'amica -divenuta nel giro di anni un soggetto dal quale tenersi alla larga- e successivamente anche con la sua ragazza;
fuga funzionale al non finire con qualche lite terribile, faticosa ed inutile oppure peggio, vista la stabilità mentale che aleggiava in quelle quattro mura.
Quindi non ci fu tempo di selezionare cosa portare e cosa no: sacchi neri e via nella notte. Manco fossimo ladri.
Poi ci fu l'ultimo, quello che ci portò a spostarci da quella casa enorme ed economica in culo al mondo a questa: esosa, carina, colorata, dalle giuste dimensioni, piena zeppa di energia positiva in un quartiere che abbiamo adorato fatta eccezione per la mancanza di marciapiedi e di posti auto.
Trasloco fatto mentre lavoravo e per giunta nel periodo di Capodanno e quindi pure lì, si butta proprio quello che salta agli occhi e poi si porta tutto via dicendosi: "poi vedremo a casa nuova", sapendo che no, non vedrai proprio niente e che rimarrà tutto lì in scatole e scatole di polverosi ricordi sull'utilità dei quali ciclicamente ti interroghi e ti interrogherai.
Poi hai il tempo di fare un trasloco in modo un po' più accurato ed anche la necessità, visto che si espatria, e allora ti metti lì e apri dei varchi spaziotemporali.
Escono fuori lettere proprio di quelle scritte carta e penna, fotografie di quando ero piccola in braccio ad una giovanissima mamma nel cortile di casa di nonna, foto in cui non si vede quasi niente, sfocate, scure ma tu ricordi lo stesso il campo scuola in prima media o le vacanze in Sardegna con la famiglia e una femminilità che inizia a sbocciare.
E pure un bacio che però non ricordo se dato davvero o solo immaginato.
Il ceffone di mio padre per quella fuga notturna invece lo ricordo, quello non fu solo immaginato.
Le lettere che mia sorella mi spediva in Spagna, quelle che mi scriveva dalla stessa camera pregandomi -se vabbè, pregandomi...- di non rispondere che "non c'ho voglia di parlare, semmai scrivi" ma nelle quali si voleva comunque scusare per qualche scazzo o rispostaccia.
La nostra meravigliosa routine. Sempre e per sempre.
Le lettere delle amiche di sempre, di quelle nuove, di quelle perse e ritrovate, di quelle perse e basta.
Il primo lavoretto della mia vita, una letterina a nonna.
Le lettere di qualche specie d'amore, a modo suo magari.
Biglietti. Mamma mia quanti biglietti: concerti, treni, cinema, teatri.
E un po' di cose le ho buttate e un po' le ho preparate al viaggio e l'ho fatto forse anche in modo casuale.
Che chiedermi di scegliere tra ricordi sarebbe troppo.
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| Me piccola chiusa in una scatola di ricordi. |
Ubicazione:
Roma, Italia
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