Entra il blu, esce il rosso.
Così ho affrontato quel travaglio che mi portava ad abortire, perché i dolori ci sono stati, inaspettati e forti e chissà come chissà perché, mi è venuto fuori qualche rimasuglio di yoga, palestra, non so nemmeno io bene cosa e mi ha salvata con questa respirazione.
Il blu, che era già venuto fuori parlando con la mia psicologa.
Il blu che è anche il nome del mio adorato canetto Blu.
Che pare corrisponda ad un Chakra specifico.
Il blu mi ha salvata. E anche Blu, mi ha salvata.
Blu, col quale sento di avere un legame sempre più forte, grazie anche ad Ilaria, educatrice cinofila/ormai amica che abbiamo incontrato qui e che ci sta aiutando tanto, soprattutto sta aiutando me a non farmi soggiogare dal legame forte che ho con lui.
Legame così forte che mi ha portata a telefonare ad Andrea, durante un comunissimo sabato in cui ero a lavoro e mi prendevo una pausa, proprio mentre Blu stava avendo una crisi epilettica. Sarà un caso, ma io penso che si tratti di un legame inspiegabilmente forte. Come se mi avesse chiamata, ecco.
E' stato orrendo, tutto è crollato di nuovo, proprio mentre ci stavamo per rialzare, ecco che crolla tutto di nuovo. La reazione c'è stata, immediata e decisa, mi sono fatta aiutare certo da persone stupende che un anno fa non sapevo nemmeno esistessero e senza le quali non ce l'avrei fatta.
Da Heidi che è un angelo custode.
Per fortuna sembrerebbe essere stato solo un episodio, speriamo fortemente che non si verifichi mai più ma di nuovo, dopo pochi mesi, mi sono vista sbattere in faccia l'imprevidibilità, l'impossibilità di avere tutto sotto controllo, il fatto che non si può essere sempre in salute e che sì, esiste pure la morte. O l'ipotesi della stessa.
Non so quanto sia passato dall'aborto, forse un paio di mesi, so però per certo che è passato un anno (e spicci) dal nostro arrivo a Berlino.
Una macchina, un furgone, noi, i nostri cani, i nostri accompagnatori e tanti scatoloni: niente di complicato a ripensarci, ed invece cavolo se è stato complicato organizzare il tutto continuando a lavorare, pregando di avere il meritato stipendio (niente liquidazione, che scherziamo?!) riuscire a salutare tutti (impossibile), non farsi scappare una lacrimuccia (altrettanto impossibile), continuare a dirsi "stai facendo la cosa giusta".
Un anno fa mettevamo piede a Berlino, a Charlottenburg per l'esattezza, dove ad aspettarci c'era solo Alessandro mio cognato ed eravamo carichi di tutto e ci accingevamo a trascorrere una serata assurda con tanto di polizia alla porta di casa per una canna fumata in balcone, vabbè ma questo è solo un colorito aneddoto.
Ma nemmeno nelle fantasie più recondite avrei potuto immaginare un bilancio così positivo e per positivo no, non intendo tutto rose e fiori, ma positivo nel senso di fattibile, possibile, con margine di costante miglioramento.
Andrea che trova lavoro in un giorno.
Noi che troviamo casa con un contratto per tre anni dopo nemmeno un mese.
Io che dopo nemmeno un anno supero brillantemente il livello B1 in tedesco ed ora lavoro a contatto col pubblico parlando solo questa strana lingua.
Che lavoro, tra l'altro, in un posto gestito da persone deliziose, simpatiche, che mi aiutano col tedesco e che mi fanno sentire a casa.
Io che ho quindi, ben due lavori e che fatico un decimo di quando ne avevo solo uno.
Un aborto di mezzo e un'esperienza di quasi cinque mesi di gravidanza, due dei quali molto difficili, durante la quale sono stata aiutata da una sanità eccellente.
Delle persone speciali e bellissime.
La possibilità di avere una vita sociale.
Ci sono anche le cose negative ma non mi piace elencarle, sono in ogni giorno, in ogni frase, fanno parte della quotidianità, se mi fermo a pensarci ne esce una anche adesso ma perché dovrei soffermarmici proprio ora? Ora no.
Tanto sono sempre qui.
E chi non arriva a percepire questo ed ha bisogno di leggere la lamentela o peggio, l'elenco di lamentele, non ha niente da dividere con me.
Il mio bilancio è super positivo e rifarei tutto domani.
Lo so che questo non piacerà a chi è qui da un po' e scoraggia gli altri perché trasferendosi invece che 10 scatoloni di libri come ho fatto io, s'è portato dietro un orticello.
E sia chiaro, parlo di scoraggiare in modo stupido, non sensato, banale: è verissimo che è difficile, che senza lingua non fai nulla, che per riuscire ad avere una casa in affitto devi fare i salti mortali (o più semplicemente devi dimostare di essere affidabile economicamente), ma se ce l'abbiamo fatta noi e tanta altra gente, come si può dire che è impossibile?
Poi non piacerà nemmeno a quelli che stanno qui, stanno bene qui ma fa tanto figo denigrare il posto in cui vivono e in cui stanno bene o in cui stanno meglio. Perché se ci stai, mi viene da pensare che tu ci stia meglio, oder?
Poi non piacerà nemmeno a chi è ancora in Italia e giudica le mie parole faziose, scoraggianti, non piacerà a chi mi ha accusata (non ridete) di essere passata dalla parte del colonizzato, a discapito del colonizzatore. Gente che mi conosce anche un po' eh, ma niente, quando la capoccia fa corto circuito succede pure questo.
A chi afferma che scappare è facile, resta e lotta. Come se avessero mai davvero lottato.
Come se mi fosse mai venuto in mente di dire che chi rimane sbaglia, come se mi fossi mai permessa di giudicare. Ma che cazzo ve dirà la testa, boh.
Non piacerà a chi ama vedere "le case crollare", ma pazienza.
So invece che piacerà a Giordano, a Betta, a Giustina, a mia sorella, ai miei genitori, a Laura e Chiccola, a Ramona, a Fabri, Gio, Fabio ed Emi, a Simona, a Ginevra, a Massi e Sara, Claudio e Francesca, Davide e Jenny, a tanta gente che conosco (ancora) solo virtualmente e poi basta perché è impossibile elencare tutte le persone che ci sono state vicine senza dimenticare qualcuno e fare quindi una figura di merda. Piacerà a voi, che state ridendo, che siete felici per come ci sono andate le cose e ci siete stati accanto quando le cose andavano male.
Ora mi vesto e mi preparo, ho una lavatrice da ritirare, c'è il sole e più tardi vado dalla psicologa perché quella serenità che leggete spesso, che vi fa gioire o vi infastidisce, che non capite, che deridete, alla quale non credete o che invidiate, non è altro che un lavoro. Un durissimo e quotidiano lavoro.
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martedì 1 luglio 2014
Un anno normale.
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lunedì 25 novembre 2013
Inverni poco diplomatici
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Qui pare che il famigerato freddo stia per arrivare.
Non so bene il perché ma io non ho mai avuto una passione per il meteo, non l'ho mai controllato, non ho mai pensato fosse importante sapere se farà freddo o farà caldo per pianificare qualcosa, per prendere una decisione o meno.
Eccezion fatta per la divertentissima neve a Roma che ha rincoglionito un po' tutti come l'arrivo di un neonato in casa.
Ma per il resto, non me ne è mai fregato molto del meteo (e te credo sei sempre stata a Roma, direte voi. E c'avete ragione, c'avete) tanto che mi ha sempre colta impreparata.
Ma il primo inverno a Berlino cambierà tutto.
Perché se non hai ancora vissuto il primo inverno a Berlino non puoi parlare, è come se avessi l'Anmeldung in standby, come se l'Aire aspettasse di vedere se tu sopravviverai, per accettare la tua iscrizione.
E a questo punto inizi a fremere, te lo vuoi togliere sto dente, vuoi che arrivi sto cavolo di primo inverno a Berlino, vuoi che arrivi come quando devi andare dal dentista e levamose sto pensiero.
Perché tutti parlano del primo inverno a Berlino pure quelli che qua ci sono stati solo ad agosto.
E comunque ti ritrovi un pomeriggio di novembre a passeggiare al lago, alle quattro di pomeriggio e trovi l'erba ghiacciata e pensi che ci sarà un motivo se è così famoso, il primo inverno a Berlino.
Io ho comprato i paraorecchie e mi sembra già un buon punto di partenza.
E niente, poi scrivo.
E ultimamente ho scritto anche sapendo che sarei stata letta e non solo da voi amici, parenti, sventurati, coraggiosi, fedeli ma anche da gente che abitualmente legge blog seri.
Gente che ha letto volentieri della mia avventura a Berlino, della mia vita stravolta negli ultimi mesi, della mia felicità e del mio essere assolutamente convinta di aver fatto la cosa più giusta.
Gente che mi ha letta e che mi ha anche scritto, tanto. Lasciandomi stupita, felice. Facendosi conoscere e con l'intento di conoscermi o di chiedermi consigli che forse non sono -e mai sarò- in grado di dare.
E probabilmente continuerò anche a scrivere per essere letta da chiunque vorrà farlo, proverò a farmi leggere da sempre più persone perché mi piace.
E perché mi piacerebbe raccontarvi un sacco di cose, per esempio della mia amica Reut che viene da Israele e di altre persone italiane che vivono qui con più o meno difficoltà.
Insomma, se vi va, restate all'ascolto.
Però vi devo dire una cosa: io non potrò mai diventare politicamente corretta, educata e a modino. Non avrò mai quei sorrisini di circostanza e una parola buona per tutti per paura di inimicarmi qualcuno.
Per esempio per lavoro devo essere tanto gentile e la cosa divertente è che per fortuna posso usare dei nick name.
Coi nick name sono buona e col mio vero nome sono un troll, ma com'è sta storia?
No io ve lo voglio dire, ci tengo, perché è bene che lo cose si mettano in chiaro da subito, se mi scappa da bestemmiare, mi scappa.
Se devo smerdare un blogger perché dopo aver cavalcato l'onda di Berlino, sputa nel piatto dove ha mangiato partecipando ad una trasmissione scempio nella quale a suon di luoghi comuni e stereotipi provinciali e miseri si affossa la città, io lo smerdo.
E poco mi importa che a leggermi siano mamma, zia o centinaia di persone. Per me è uguale.
Io scrivo come se non mi dovesse leggere nessuno. Io scrivo come se non ci fosse un domani.
E sarà sempre così.
Stiamoci.
Questo per dire che se da domani per questi ed altri motivi non mi leggerete più, il mio blog morirà felice. Morirà solo, ma leggero e felice.
Non avevo aperto il blog per scrivere niente di tutto ciò ma questo è uscito e questo ci teniamo.
Ed è tanto liberatorio.
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sabato 9 novembre 2013
9/11
Oggi è l'anniversario della caduta del Muro ed io dovrei essere ad East Side Gallery dove pare esserci una specie di manifestazione.
Oppure dovrei andare al Flash Mob.
Invece me ne starò qui a guardare Grey's Anatomy, a mangiare biscotti al cioccolato, a piangere e a parlarvi de L'Aquila.
L'Aquila, Abruzzo.
Ed anche se sono arrivata tardi (forse di un giorno), lo farò lo stesso.
Chi mi conosce sa quanto la tragedia de L'Aquila mi abbia colpita nel profondo, tanto nel profondo che decisi da quasi subito di recarmi sul luogo, per vedere coi miei occhi.
Inizialmente restia, indecisa, spaventata all'idea di essere scambiata per una turista del macabro (o di sentirmi tale) ma poi convinta di quanto fosse necessario invece vedere coi proprio occhi quello che era accaduto.
E fu così che il terremoto mi crollò addosso con tutta la sua violenza: non la città, per mia fortuna. Ma il terremoto, tutto quello che era incredibilmente accaduto: finestre spalancate, armadi per strada, visi stanchi, gente senza casa, disperazione, strade silenziose, militari, buio.
E mi caddero addosso anche le cose belle: Casematte, la voglia di ripartire, di lottare, le manifestazioni, l'odore di camino.
Per mesi non pensai ad altro, seguii tutte le vicende, le seguii con attenzione.
Perché fin dall'inizio ebbi la sensazione che l'Aquila altro non fosse che il nostro avamposto, il primo pezzo crollato, al quale ne sarebbero seguiti tanti altri, la nostra metafora.
Città tradita non dalla natura, ma dall'uomo: dal malaffare, dalla politica, dagli interessi.
Seguii ed aiutai, a modo mio. E in un modo poco utile forse ma l'unico che conoscevo ed ancora conosco: scrivendo.
Qui uno dei vari pezzi che scrissi ma sono certa che cercando "Addei L'Aquila" dai meandri di Google uscirà qualcosa, fatelo.
Nel caso in cui ne abbiate voglia.
Non voglio raccontare ora, tutto quello che provai in quei giorni, anzi in quei mesi né voglio raccontare delle persone che incontrai.
E' tutto scritto, da qualche parte, basta cercare.
Nel caso in cui ne abbiate voglia.
Voglio raccontarvi invece delle coincidenze che non esistono e dei deliri di onnipotenza: due giorni fa Jacopo scrive un articolo su L'Aquila e mi cita, parte immediatamente il mio pensiero su quello che fu quel periodo e mi dico: "devo riprendere in mano le informazioni in merito, sto trascurando quest'argomento che tanto mi sta a cuore. Non mi piace."
Oggi vengo a sapere che una delle persone che conobbi in quei giorni e che tra le tante mi colpì per determinazione, sorriso, schiettezza, sana follia, voglia di lottare si è tolta la vita.
E non ho potuto non sentirmi, da brava egocentrica, in colpa.
Perché se gli aquilani sono stati abbandonati da tutti, dalle istituzioni immediatamente e poi anche dagli italiani stessi, mi rendo conto solo oggi di quanto siano stati abbandonati anche da me, con l'unica differenza che io inizialmente ho provato a stargli vicino.
Ed ora questa persona che mi sembrava meravigliosa non c'è più ed io se da un lato vorrei tacere per rispetto di chi ora starà soffrendo davvero, in quanto credo fermamente nella gerarchia del dolore, dall'altro però non posso non ricordare, non stupirmi, non soffrire per quello sguardo arguto, quella lingua lunga, quella voglia di combattere.
E pensare che, incredibilmente, non ci sono più. Non c'è più lui.
Non posso non ricordare come, durante un'accesa assemblea cittadina mi chiese di prendere il suo spazio per parlare.
E io, ospite in punta di piedi ma bisognosa di chiarire un punto di vista e specificare che qualcuno non stava dicendo la verità, lo feci.
Chi mi conosce sa anche quanto, per quanto sfacciata possa apparire, io in realtà mi vergogni come una ladra di parlare in pubblico, e così rossa come un vergognoso peperone, lo feci e lui mi guardò dandomi coraggio e quel pizzico di follia.
Dovevo farlo per loro, era l'unica -piccolissima- cosa che in quel momento potevo fare.
E prendendo fiato lo feci. Dissi quella che in quel momento era la mia verità. Anzi LA verità.
Ecco, avevo solo un bisogno egoistico di tirare fuori questo ricordo.
Di stupirmi, di soffrire in barba alla gerarchia del dolore in cui fermamente credo.
Fabrizio, che tu possa avere pace, ora.
Oppure dovrei andare al Flash Mob.
Invece me ne starò qui a guardare Grey's Anatomy, a mangiare biscotti al cioccolato, a piangere e a parlarvi de L'Aquila.
L'Aquila, Abruzzo.
Ed anche se sono arrivata tardi (forse di un giorno), lo farò lo stesso.
Chi mi conosce sa quanto la tragedia de L'Aquila mi abbia colpita nel profondo, tanto nel profondo che decisi da quasi subito di recarmi sul luogo, per vedere coi miei occhi.
Inizialmente restia, indecisa, spaventata all'idea di essere scambiata per una turista del macabro (o di sentirmi tale) ma poi convinta di quanto fosse necessario invece vedere coi proprio occhi quello che era accaduto.
E fu così che il terremoto mi crollò addosso con tutta la sua violenza: non la città, per mia fortuna. Ma il terremoto, tutto quello che era incredibilmente accaduto: finestre spalancate, armadi per strada, visi stanchi, gente senza casa, disperazione, strade silenziose, militari, buio.
E mi caddero addosso anche le cose belle: Casematte, la voglia di ripartire, di lottare, le manifestazioni, l'odore di camino.
Per mesi non pensai ad altro, seguii tutte le vicende, le seguii con attenzione.
Perché fin dall'inizio ebbi la sensazione che l'Aquila altro non fosse che il nostro avamposto, il primo pezzo crollato, al quale ne sarebbero seguiti tanti altri, la nostra metafora.
Città tradita non dalla natura, ma dall'uomo: dal malaffare, dalla politica, dagli interessi.
Seguii ed aiutai, a modo mio. E in un modo poco utile forse ma l'unico che conoscevo ed ancora conosco: scrivendo.
Qui uno dei vari pezzi che scrissi ma sono certa che cercando "Addei L'Aquila" dai meandri di Google uscirà qualcosa, fatelo.
Nel caso in cui ne abbiate voglia.
Non voglio raccontare ora, tutto quello che provai in quei giorni, anzi in quei mesi né voglio raccontare delle persone che incontrai.
E' tutto scritto, da qualche parte, basta cercare.
Nel caso in cui ne abbiate voglia.
Voglio raccontarvi invece delle coincidenze che non esistono e dei deliri di onnipotenza: due giorni fa Jacopo scrive un articolo su L'Aquila e mi cita, parte immediatamente il mio pensiero su quello che fu quel periodo e mi dico: "devo riprendere in mano le informazioni in merito, sto trascurando quest'argomento che tanto mi sta a cuore. Non mi piace."
Oggi vengo a sapere che una delle persone che conobbi in quei giorni e che tra le tante mi colpì per determinazione, sorriso, schiettezza, sana follia, voglia di lottare si è tolta la vita.
E non ho potuto non sentirmi, da brava egocentrica, in colpa.
Perché se gli aquilani sono stati abbandonati da tutti, dalle istituzioni immediatamente e poi anche dagli italiani stessi, mi rendo conto solo oggi di quanto siano stati abbandonati anche da me, con l'unica differenza che io inizialmente ho provato a stargli vicino.
Ed ora questa persona che mi sembrava meravigliosa non c'è più ed io se da un lato vorrei tacere per rispetto di chi ora starà soffrendo davvero, in quanto credo fermamente nella gerarchia del dolore, dall'altro però non posso non ricordare, non stupirmi, non soffrire per quello sguardo arguto, quella lingua lunga, quella voglia di combattere.
E pensare che, incredibilmente, non ci sono più. Non c'è più lui.
Non posso non ricordare come, durante un'accesa assemblea cittadina mi chiese di prendere il suo spazio per parlare.
E io, ospite in punta di piedi ma bisognosa di chiarire un punto di vista e specificare che qualcuno non stava dicendo la verità, lo feci.
Chi mi conosce sa anche quanto, per quanto sfacciata possa apparire, io in realtà mi vergogni come una ladra di parlare in pubblico, e così rossa come un vergognoso peperone, lo feci e lui mi guardò dandomi coraggio e quel pizzico di follia.
Dovevo farlo per loro, era l'unica -piccolissima- cosa che in quel momento potevo fare.
E prendendo fiato lo feci. Dissi quella che in quel momento era la mia verità. Anzi LA verità.
Ecco, avevo solo un bisogno egoistico di tirare fuori questo ricordo.
Di stupirmi, di soffrire in barba alla gerarchia del dolore in cui fermamente credo.
Fabrizio, che tu possa avere pace, ora.
mercoledì 6 novembre 2013
Dal mobbing in Italia alla speranza tedesca.
http://frontierenews.it/2013/11/dal-mobbing-in-italia-alla-speranza-tedesca-storia-di-unitaliana-a-berlino/
Donna, italiana, 36 anni.
Un diploma in ragioneria mai utilizzato del quale non se ne capiscono bene le ragioni, una laurea in Psicologia mai raggiunta. Da sempre ho lavorato con i bambini: da baby sitter ad operatrice ludico-didattica nelle scuole dell’infanzia insegnando teatro.
Un lavoro meraviglioso, prezioso per il solo fatto di poter essere a contatto con i bambini che, nonostante fatica, capricci e arrabbiature, riescono a donare e a insegnare molto, sempre. A modo loro, certo.
Ma gli aspetti positivi e meravigliosi di questo lavoro dopo qualche anno sono stati surclassati daun eterno contratto a progetto che non permetteva un giorno di febbre e dalle incomprensioni con “i grandi”. Ma c’era e andava tenuto stretto.
Accanto a me un uomo che si è sempre districato nelle cucine romane come cuoco. Più o meno soddisfatto, più o meno retribuito ma sempre con contratti sicuri. Poi, tre anni fa, arrivano 7 punti su un dito, il diritto esercitato di mettersi in malattia e la reazione del proprietario del noto e fighetto ristorante romano: due settimane di mobbing ed un licenziamento per esubero di personale. Facile, no?
Gli anni che seguirono ci misero a dura prova e nel frattempo facemmo la conoscenza di Berlino: nuova e vecchissima, un cantiere a cielo aperto, una possibilità, una città terribilmente affascinante. Ammiccante e fredda al tempo stesso, difficile resisterle.
Ma due anni fa non ero ancora pronta e non lo rimpiango.
Non volevo lasciare amici e famiglia e non volevo abbandonare il campo già martoriato ma non ancora completamente abbandonato di quello che era in quegli anni la politica italiana e dove ancora volevo provare a muovermi. Senza vicinanze con nessun partito né ambizioni in quel senso ma spinta dal solo cuore, dalla voglia di civiltà, dall’odio per le ingiustizie alle quali siamo in gran parte assuefatti, istinti primari che mi tenevano sempre con un piede tra piazze e movimenti.
Ma poi, la lotta divenne personale: giornate intere passate a cercare di resistere continuando a fare un lavoro che era diventato frustrante e difficile, un affitto di 1000 euro, condominio escluso, nella periferia Sud-Est di Roma, un marito disoccupato o comunque altalenante, giornate buttate in mezzo al traffico e giorni tutti uguali in cui si aspetta solo che sia sera per trovare rifugio sul divano, lasciando la città che ci rende schiavi e che non riusciamo più ad amare, fuori dalla porta.
E allora, cosa te ne fai di amici e famiglia se tutto quello che riesci a dare loro è senso di sconforto, malcontento, problemi? Forse altrove è possibile.
Forse altrove può essere migliore. Forse, mi sono detta, dovrei scegliere la qualità del tempo trascorso insieme piuttosto che la quantità. E così abbiamo mollato casa e lavoro (solo il mio, a quel punto) ed organizzato tutto in qualche mese.
Cosa avevamo di certo? I nostri cani, naturalmente. Una macchina per affrontare il viaggio dato che rinchiuderli nella stiva di un aereo non era nostra intenzione, un furgone noleggiato per portare con noi libri, cd, suppellettili, un pezzo di casa insomma, un magazzino dove tenere tutto ciò prenotato per due mesi e una casa-vacanze, più costosa certamente ma per avere la quale non ci hanno fatto nessun tipo di problema, anch’essa prenotata per due mesi.
Due mesi durante i quali, eravamo certi, ci saremmo sistemati. Di mesi ne sono passati quattro, alcune cose non sono andate come avevamo previsto e tra queste, la maggior parte sono andate molto meglio. Mio marito in due giorni e al primo colloquio effettivamente sostenuto (perché al primo appuntamento per un colloquio di lavoro la proprietaria, italiana, gli ha dato buca) ha trovato un lavoro in un ristorante tedesco. Contratto regolare, paga non alta ma buona, quanto meno per iniziare e considerando che non parla ancora tedesco.
Io invece, come da progetti, mi sono iscritta a scuola: seguo un corso intensivo di tedesco cinque ore al giorno per cinque giorni la settimana. La scuola è la Vhs la più popolare, economica, amata ed odiata scuola tedesca.
Il corso al quale sono iscritta è di integrazione e la differenza è solo nel costo: pago 120 euro al mese invece che 150 e dopo sei mesi, raggiunto cioè il livello B1 si sostiene l’esame, superato il quale ci verrà restituito la metà di quanto pagato. La possibilità di dedicarmi solo allo studio della lingua, di poter aspettare un po’ per cercare un lavoro mi rende felice.
Sto realizzando quello che non ho mai potuto fare in Italia e cioé stare un periodo senza lavorare per fare qualcosa per me, per investire, per provarci, per migliorarmi.
Nel frattempo mi godo lo stupore di scendere con il tram tutte le mattine ad Alexander Platz, mi godo la funzionalità dei mezzi di trasporto, le nuove amicizie, angoli più o meno conosciuti che giorno dopo giorno diventano familiari e no, non lo avresti detto mai.
Tutti i giorni penso all’amore che ancora vive in Italia: famiglia, amici, mi mancano sempre. Mi manca un pezzo. Ma di certo, sono più felice ora pur senza un pezzo, di prima quando quel pezzo ce l’avevo e non potevo goderne.
Quello che di certo è cambiato è la sensazione che ho, appena sveglia la mattina, di avere la possibilità di fare qualcosa.
Qualcosa per me, qualcosa che mi piace, qualcosa che forse non mi riuscirà ma posso provare. Quello che non potevo più fare in Italia.
Donna, italiana, 36 anni.
Un diploma in ragioneria mai utilizzato del quale non se ne capiscono bene le ragioni, una laurea in Psicologia mai raggiunta. Da sempre ho lavorato con i bambini: da baby sitter ad operatrice ludico-didattica nelle scuole dell’infanzia insegnando teatro.
Un lavoro meraviglioso, prezioso per il solo fatto di poter essere a contatto con i bambini che, nonostante fatica, capricci e arrabbiature, riescono a donare e a insegnare molto, sempre. A modo loro, certo.
Ma gli aspetti positivi e meravigliosi di questo lavoro dopo qualche anno sono stati surclassati daun eterno contratto a progetto che non permetteva un giorno di febbre e dalle incomprensioni con “i grandi”. Ma c’era e andava tenuto stretto.
Accanto a me un uomo che si è sempre districato nelle cucine romane come cuoco. Più o meno soddisfatto, più o meno retribuito ma sempre con contratti sicuri. Poi, tre anni fa, arrivano 7 punti su un dito, il diritto esercitato di mettersi in malattia e la reazione del proprietario del noto e fighetto ristorante romano: due settimane di mobbing ed un licenziamento per esubero di personale. Facile, no?
Gli anni che seguirono ci misero a dura prova e nel frattempo facemmo la conoscenza di Berlino: nuova e vecchissima, un cantiere a cielo aperto, una possibilità, una città terribilmente affascinante. Ammiccante e fredda al tempo stesso, difficile resisterle.
Ma due anni fa non ero ancora pronta e non lo rimpiango.
Non volevo lasciare amici e famiglia e non volevo abbandonare il campo già martoriato ma non ancora completamente abbandonato di quello che era in quegli anni la politica italiana e dove ancora volevo provare a muovermi. Senza vicinanze con nessun partito né ambizioni in quel senso ma spinta dal solo cuore, dalla voglia di civiltà, dall’odio per le ingiustizie alle quali siamo in gran parte assuefatti, istinti primari che mi tenevano sempre con un piede tra piazze e movimenti.
Ma poi, la lotta divenne personale: giornate intere passate a cercare di resistere continuando a fare un lavoro che era diventato frustrante e difficile, un affitto di 1000 euro, condominio escluso, nella periferia Sud-Est di Roma, un marito disoccupato o comunque altalenante, giornate buttate in mezzo al traffico e giorni tutti uguali in cui si aspetta solo che sia sera per trovare rifugio sul divano, lasciando la città che ci rende schiavi e che non riusciamo più ad amare, fuori dalla porta.
E allora, cosa te ne fai di amici e famiglia se tutto quello che riesci a dare loro è senso di sconforto, malcontento, problemi? Forse altrove è possibile.
Forse altrove può essere migliore. Forse, mi sono detta, dovrei scegliere la qualità del tempo trascorso insieme piuttosto che la quantità. E così abbiamo mollato casa e lavoro (solo il mio, a quel punto) ed organizzato tutto in qualche mese.
Cosa avevamo di certo? I nostri cani, naturalmente. Una macchina per affrontare il viaggio dato che rinchiuderli nella stiva di un aereo non era nostra intenzione, un furgone noleggiato per portare con noi libri, cd, suppellettili, un pezzo di casa insomma, un magazzino dove tenere tutto ciò prenotato per due mesi e una casa-vacanze, più costosa certamente ma per avere la quale non ci hanno fatto nessun tipo di problema, anch’essa prenotata per due mesi.
Due mesi durante i quali, eravamo certi, ci saremmo sistemati. Di mesi ne sono passati quattro, alcune cose non sono andate come avevamo previsto e tra queste, la maggior parte sono andate molto meglio. Mio marito in due giorni e al primo colloquio effettivamente sostenuto (perché al primo appuntamento per un colloquio di lavoro la proprietaria, italiana, gli ha dato buca) ha trovato un lavoro in un ristorante tedesco. Contratto regolare, paga non alta ma buona, quanto meno per iniziare e considerando che non parla ancora tedesco.
Io invece, come da progetti, mi sono iscritta a scuola: seguo un corso intensivo di tedesco cinque ore al giorno per cinque giorni la settimana. La scuola è la Vhs la più popolare, economica, amata ed odiata scuola tedesca.
Il corso al quale sono iscritta è di integrazione e la differenza è solo nel costo: pago 120 euro al mese invece che 150 e dopo sei mesi, raggiunto cioè il livello B1 si sostiene l’esame, superato il quale ci verrà restituito la metà di quanto pagato. La possibilità di dedicarmi solo allo studio della lingua, di poter aspettare un po’ per cercare un lavoro mi rende felice.
Sto realizzando quello che non ho mai potuto fare in Italia e cioé stare un periodo senza lavorare per fare qualcosa per me, per investire, per provarci, per migliorarmi.
Nel frattempo mi godo lo stupore di scendere con il tram tutte le mattine ad Alexander Platz, mi godo la funzionalità dei mezzi di trasporto, le nuove amicizie, angoli più o meno conosciuti che giorno dopo giorno diventano familiari e no, non lo avresti detto mai.
Tutti i giorni penso all’amore che ancora vive in Italia: famiglia, amici, mi mancano sempre. Mi manca un pezzo. Ma di certo, sono più felice ora pur senza un pezzo, di prima quando quel pezzo ce l’avevo e non potevo goderne.
Quello che di certo è cambiato è la sensazione che ho, appena sveglia la mattina, di avere la possibilità di fare qualcosa.
Qualcosa per me, qualcosa che mi piace, qualcosa che forse non mi riuscirà ma posso provare. Quello che non potevo più fare in Italia.
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martedì 29 ottobre 2013
oder...?
"Malinconia per qualcosa che non si é mai vissuto", se esiste una lingua con una parola per un concetto del genere, questa é di certo il tedesco.
La troveró, ne sono certa. Tra non molto ritroveró questo termine che cosí fedelmente mi ritrae.
Mi manca qualcosa che non ho mai avuto, mi manca da sempre e a questo punto, credo, sará cosí per sempre. Mentre blataero di altre vite e nel frattempo mi gusto questa, di vita, meravigliosa certo ma solo una.
In cui é impossibile far stare tutto.
Peró anche Mitdenker mi rappresenta bene, colui il quale é capace di immedesimarsi nei pensieri e desideri altrui.
Questo é il motivo per cui da quando vivo qui e, come ormai naturale conseguenza, ne scrivo su Facebook o qui sul blog, le amicizie sull'unico social network che frequento abitualmente sono aumentate vertiginosamente.
Ricevo almeno 10 richieste di aiuto al giorno.
Che aiuto?! Aiuto a scappare dall'Italia.
Anche io, non appena presa la decisione ho scritto a qualche persona che viveva giá qui ma escludendo un paio di persone gentili e disponibili, ho ricevuto solo sconsigli e catastrofici avvertimenti.
Molto spesso non ho ricevuto nessuna risposta e quest'ultima eventualitá inizio a comprenderla: é praticamente impossibile rispondere a tutte le richieste. Sarebbe una specie di lavoro.
Con un po' di tedesco e una buona conoscenza della burocrazia berlinese questo potrebbe davvero diventare un buon lavoro ma difficilmente riuscirei a farmi pagare per dare un aiuto. Cosí é.
Ho ripreso la macchina fotografica in mano, stupendomi per una luce e dei colori tanto diversi ed ho fotografato un bosco, Grunewald, e un lago.
Respirando a fondo e guardandomi intorno, insieme a due persone che, in un modo o nell'altro giá so che mi mancheranno.
Fa buio adesso e so di aver appena perso un Sonnenuntergang e cioé un tramonto, bellissimo.
Ma non si puó essere ovunque o comunque non si puó esserlo sempre.
La troveró, ne sono certa. Tra non molto ritroveró questo termine che cosí fedelmente mi ritrae.
Mi manca qualcosa che non ho mai avuto, mi manca da sempre e a questo punto, credo, sará cosí per sempre. Mentre blataero di altre vite e nel frattempo mi gusto questa, di vita, meravigliosa certo ma solo una.
In cui é impossibile far stare tutto.
Peró anche Mitdenker mi rappresenta bene, colui il quale é capace di immedesimarsi nei pensieri e desideri altrui.
Questo é il motivo per cui da quando vivo qui e, come ormai naturale conseguenza, ne scrivo su Facebook o qui sul blog, le amicizie sull'unico social network che frequento abitualmente sono aumentate vertiginosamente.
Ricevo almeno 10 richieste di aiuto al giorno.
Che aiuto?! Aiuto a scappare dall'Italia.
Anche io, non appena presa la decisione ho scritto a qualche persona che viveva giá qui ma escludendo un paio di persone gentili e disponibili, ho ricevuto solo sconsigli e catastrofici avvertimenti.
Molto spesso non ho ricevuto nessuna risposta e quest'ultima eventualitá inizio a comprenderla: é praticamente impossibile rispondere a tutte le richieste. Sarebbe una specie di lavoro.
Con un po' di tedesco e una buona conoscenza della burocrazia berlinese questo potrebbe davvero diventare un buon lavoro ma difficilmente riuscirei a farmi pagare per dare un aiuto. Cosí é.
Ho ripreso la macchina fotografica in mano, stupendomi per una luce e dei colori tanto diversi ed ho fotografato un bosco, Grunewald, e un lago.
Respirando a fondo e guardandomi intorno, insieme a due persone che, in un modo o nell'altro giá so che mi mancheranno.
Fa buio adesso e so di aver appena perso un Sonnenuntergang e cioé un tramonto, bellissimo.
Ma non si puó essere ovunque o comunque non si puó esserlo sempre.
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giovedì 10 ottobre 2013
Secondo lavoro a Berlin.
No, scherzo. Uhahuauhaauhuha
Cioé non scherzo ma non intendo creare un maniacale elenco di tutte le prime o seconde volte a Berlino.
State sereni e continuate pure a leggere.
È che quel lavoro nell'Hotel Leonardo non l'ho accettato: oggettivamente troppo pochi 2,50 a stanza e troppo poco umana la concezione di lavoro a cottimo, piú fai piú guadagni e la pausa pranzo la puoi pure fare ma mezz'ora é una stanza in meno che fai.
E sti cazzi! (alla milanese) Va bene che il lavoro nobilita ma la palla al piede no.
E cosí, chiedo ad un contatto facebook sulla mia stessa barca ed ecco che esce Cleanberlin.
Scrivo.
Rispondono.
Vado all'appuntamento in un posto fighissimo vicino East Side Gallery e pure se stai lí per fare le pulizie ti fanno sentire come se stessi lí per un posto da ingegnere.
Non c'é la sensazione stai qui senza sapere una parola di tedesco e stai elemosinando un posto per pulire le case di noi ricchi berlinesi, ma non ti vergogni?!
Non c'é l'atteggiamento che per anni, in Italia, ho visto riservare a donne rumene o polacche.
É lavoro. Punto. E probabilmente in Italia per un posto da supercazzutohostudiatoventanniperquesto (ipotizzo) ti fanno sentire come uno che sta cercando di fregare lo stipendio
(per lo stipendio poi vedremo).
E invece...un caffè, una spiegazione chiara in inglese ed in tedesco con un'altra ragazza lí presente se eventualmente avessi avuto bisogno dello spagnolo!
E tutto questo solo per me perché di quattro che hanno chiamato sono l'unica ad essersi presentata.
Poi dicono che a Berlino non c'è lavoro, vabbé.
Ma di cosa si tratta?! É una sorta di agenzia per donne delle pulizie organizzata tramite un accout gmail, attraverso il quale arrivano inviti di lavoro.
Chi, dove e quante ore. Se ti va bene ja, accetti altrimenti nein e qualcun'altra andrá al posto tuo.
Senza vincoli né problemi.
Per i primi due giorni che rappresentano una prova puoi solo accettare o meno le proposte dell'agenzia e la paga sará 8 euro nette l'ora su 15 lorde che il cliente paga.
Superato il test si ha accesso al calendario completo di tutti gli appuntamenti dove si potrá vedere prima la zona, poi tutti i dettagli ed infine accettare o meno. E la paga sará di 12,50 l'ora.
Se a fine anno si sará superata una soglia di guadagno (rilasciamo ricevute) si pagheranno le tasse attraverso un modulo che tra due mesi andrá acquistato al Comune per 26 euro.
Ora i contro: essendo una sorta di libera professione non si ha diritto all'assicurazione sanitaria che qui, sappiamo, essere privata e parecchio costosa.
Ma io sono fortunata perchè sono assicurata con quella di Andrea e la cosa piú sorprendente é questo io sono fortunata, affermazione che nella mia vita di prima era utilizzata esclusivamente con riferimento agli affetti, qui no.
Qui sono fortunata anche per una di quelle odiose pratiche di vita quotidiana che prima mi toglievano il sonno.
Ieri sono andata per la prima volta: due ore un mega ufficio al centro, un loft da 200 forse piú mq pieno di ragazzi biondissimi e gentilissimi che lavoravano a qualcosa di creativo nel loro attrezzato ufficio con tanto di doccia e cucina ultima generazione.
Etá media?! 27 anni, credo.
Vedremo come andrá, per ora mi sembra proprio perfetto per le mie esigenze.
Detto questo, le vacanze d'autunno sono agli sgoccioli, lunedí si torna a scuola e martedí ci aspetta un test di livello per passare da A1 ad A2 niente che possa fermare il proseguire della frequentazione ma insomma, pur sempre una valutazione, pur sempre un qualcosa che mi metterá di fronte, spero, ai miei miglioramenti o, spero di no, al mio essermi sopravvalutata.
Non riusciamo ancora ad avere una connessione a casa, ecco. Quindi sono in astinenza da serie tv, Skype, video ecc.
Ma mica puó andare sempre tutto bene, no?!
Cioé non scherzo ma non intendo creare un maniacale elenco di tutte le prime o seconde volte a Berlino.
State sereni e continuate pure a leggere.
È che quel lavoro nell'Hotel Leonardo non l'ho accettato: oggettivamente troppo pochi 2,50 a stanza e troppo poco umana la concezione di lavoro a cottimo, piú fai piú guadagni e la pausa pranzo la puoi pure fare ma mezz'ora é una stanza in meno che fai.
E sti cazzi! (alla milanese) Va bene che il lavoro nobilita ma la palla al piede no.
E cosí, chiedo ad un contatto facebook sulla mia stessa barca ed ecco che esce Cleanberlin.
Scrivo.
Rispondono.
Vado all'appuntamento in un posto fighissimo vicino East Side Gallery e pure se stai lí per fare le pulizie ti fanno sentire come se stessi lí per un posto da ingegnere.
Non c'é la sensazione stai qui senza sapere una parola di tedesco e stai elemosinando un posto per pulire le case di noi ricchi berlinesi, ma non ti vergogni?!
Non c'é l'atteggiamento che per anni, in Italia, ho visto riservare a donne rumene o polacche.
É lavoro. Punto. E probabilmente in Italia per un posto da supercazzutohostudiatoventanniperquesto (ipotizzo) ti fanno sentire come uno che sta cercando di fregare lo stipendio
(per lo stipendio poi vedremo).
E invece...un caffè, una spiegazione chiara in inglese ed in tedesco con un'altra ragazza lí presente se eventualmente avessi avuto bisogno dello spagnolo!
E tutto questo solo per me perché di quattro che hanno chiamato sono l'unica ad essersi presentata.
Poi dicono che a Berlino non c'è lavoro, vabbé.
Ma di cosa si tratta?! É una sorta di agenzia per donne delle pulizie organizzata tramite un accout gmail, attraverso il quale arrivano inviti di lavoro.
Chi, dove e quante ore. Se ti va bene ja, accetti altrimenti nein e qualcun'altra andrá al posto tuo.
Senza vincoli né problemi.
Per i primi due giorni che rappresentano una prova puoi solo accettare o meno le proposte dell'agenzia e la paga sará 8 euro nette l'ora su 15 lorde che il cliente paga.
Superato il test si ha accesso al calendario completo di tutti gli appuntamenti dove si potrá vedere prima la zona, poi tutti i dettagli ed infine accettare o meno. E la paga sará di 12,50 l'ora.
Se a fine anno si sará superata una soglia di guadagno (rilasciamo ricevute) si pagheranno le tasse attraverso un modulo che tra due mesi andrá acquistato al Comune per 26 euro.
Ora i contro: essendo una sorta di libera professione non si ha diritto all'assicurazione sanitaria che qui, sappiamo, essere privata e parecchio costosa.
Ma io sono fortunata perchè sono assicurata con quella di Andrea e la cosa piú sorprendente é questo io sono fortunata, affermazione che nella mia vita di prima era utilizzata esclusivamente con riferimento agli affetti, qui no.
Qui sono fortunata anche per una di quelle odiose pratiche di vita quotidiana che prima mi toglievano il sonno.
Ieri sono andata per la prima volta: due ore un mega ufficio al centro, un loft da 200 forse piú mq pieno di ragazzi biondissimi e gentilissimi che lavoravano a qualcosa di creativo nel loro attrezzato ufficio con tanto di doccia e cucina ultima generazione.
Etá media?! 27 anni, credo.
Vedremo come andrá, per ora mi sembra proprio perfetto per le mie esigenze.
Detto questo, le vacanze d'autunno sono agli sgoccioli, lunedí si torna a scuola e martedí ci aspetta un test di livello per passare da A1 ad A2 niente che possa fermare il proseguire della frequentazione ma insomma, pur sempre una valutazione, pur sempre un qualcosa che mi metterá di fronte, spero, ai miei miglioramenti o, spero di no, al mio essermi sopravvalutata.
Non riusciamo ancora ad avere una connessione a casa, ecco. Quindi sono in astinenza da serie tv, Skype, video ecc.
Ma mica puó andare sempre tutto bene, no?!
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domenica 8 settembre 2013
Sogno di una notte di fine estate.
I ricordi che ho sono sbiaditi ma tutti gradevoli.
Un prato, gente rilassata, arietta fresca sulle braccia ancora nude.
Volti amichevoli, tra i tanti amici veri: mia sorella, la sua amica, il di lei fidanzato.
Senza starmi a dare troppe spiegazioni mi propone un gioco, un'esperienza e io non trovo motivi per dirgli di no.
Sarai cosciente ma non consapevole o consapevole ma non cosciente, non mi ricordo, vedrai e sentirai tutto ma non riuscirai ad impedire che tutto accada. Sarai lì ma naturalmente anche altrove e ti piacerà.
Mi ricorda tanto uno di quegli scherzetti che, tempo fa, mi tirava il sonno.
Ronzio, ronzio, ronzio. Paralisi. Voglio svegliarmi ma non ci riesco, tutto intorno a me prosegue e io sono prigioniera del mio sonno. Sveglia.
Nessun pericolo di vita imminente ma la sensazione di non essere padrona delle mie azioni, del mio sonno e della mia veglia, del mio corpo.
E siccome ad un certo punto ho imparato a riconoscere le avvisaglie dello scherzetto e a rimandarlo, evitarlo, fino a farlo sparire ecco che ora un po'mi manca e questa cosa che mi sta proponendo S. mi ricorda il mio vecchio gioco di gioventù.
Vai, sono pronta: S. prende una siringa e mi inietta il contenuto nel collo. Dall'odore sembra alcool puro, penso un attimo prima di andare. La partenza è immediata e l'effetto è quello temuto, desiderato, voluto: sono lì, vedo tutto, mi accorgo che mi stanno stendendo a terra ma non posso fare -nè probabilmente voglio- nulla.
Ora io non so dove abbia trascorso quei minuti, quale universo abbia esplorato, quale vita parallela sia andata a vivere, chi di voi abbia incontrato e sotto quali forme, cosa sia andata a sistemare e perchè. Se ci sia davvero riuscita. Quanto tempo abbia vissuto di la. Perchè quelli che di qua possono essere venti minuti, di la, si sa che possono essere venti anni.
Esattamente come l'Olivia di Fringe riemergo respirando forte. Come se avessi trattenuto il fiato. Sono tornata, posso svegliarmi.
Un prato, gente rilassata, arietta fresca sulle braccia ancora nude.
Volti amichevoli, tra i tanti amici veri: mia sorella, la sua amica, il di lei fidanzato.
Senza starmi a dare troppe spiegazioni mi propone un gioco, un'esperienza e io non trovo motivi per dirgli di no.
Sarai cosciente ma non consapevole o consapevole ma non cosciente, non mi ricordo, vedrai e sentirai tutto ma non riuscirai ad impedire che tutto accada. Sarai lì ma naturalmente anche altrove e ti piacerà.
Mi ricorda tanto uno di quegli scherzetti che, tempo fa, mi tirava il sonno.
Ronzio, ronzio, ronzio. Paralisi. Voglio svegliarmi ma non ci riesco, tutto intorno a me prosegue e io sono prigioniera del mio sonno. Sveglia.
Nessun pericolo di vita imminente ma la sensazione di non essere padrona delle mie azioni, del mio sonno e della mia veglia, del mio corpo.
E siccome ad un certo punto ho imparato a riconoscere le avvisaglie dello scherzetto e a rimandarlo, evitarlo, fino a farlo sparire ecco che ora un po'mi manca e questa cosa che mi sta proponendo S. mi ricorda il mio vecchio gioco di gioventù.
Vai, sono pronta: S. prende una siringa e mi inietta il contenuto nel collo. Dall'odore sembra alcool puro, penso un attimo prima di andare. La partenza è immediata e l'effetto è quello temuto, desiderato, voluto: sono lì, vedo tutto, mi accorgo che mi stanno stendendo a terra ma non posso fare -nè probabilmente voglio- nulla.
Ora io non so dove abbia trascorso quei minuti, quale universo abbia esplorato, quale vita parallela sia andata a vivere, chi di voi abbia incontrato e sotto quali forme, cosa sia andata a sistemare e perchè. Se ci sia davvero riuscita. Quanto tempo abbia vissuto di la. Perchè quelli che di qua possono essere venti minuti, di la, si sa che possono essere venti anni.
Esattamente come l'Olivia di Fringe riemergo respirando forte. Come se avessi trattenuto il fiato. Sono tornata, posso svegliarmi.
sabato 7 settembre 2013
La routine.
E così pare davvero essere questa la mia routine.
Almeno sarà questa fino a che non inizio a lavorare e non che io non voglia lavorare, sia chiaro, solo che sto studiando molto intensamente e per UNA volta, UNA, voglio provare a fare UNA cosa alla volta, UNA.
Perché è proprio questa la vera differenza tra prima e adesso. Tra qui e lì. Che qui posso permettermelo.
Quindi, dicevamo, questa è la mia routine e mi piace tanto ed è abbastanza evidente: mercoledì ho finito il corso A1.1 e mi è sembrata una grossa vittoria, 100 ore in cui ho parlato, ascoltato, letto soltanto in tedesco cosa che solo un mese fa non avrei mai pensato possibile. Due giorni di stop e da lunedì si ricomincia con A1.2 e non sto nella pelle.
Che se avessi studiato con tanta passione al momento giusto, adesso avrei quattro lauree e una cattedra all' Università. Non italiana probabilmente.
E poi il parco con le nuove amiche, una bottiglia di vino e raccontarsi di com'è la vita in Israele che fino a che non hai fatto il militare sei proprietà dello Stato e non sei una persona libera e mentre ti racconti in una strana lingua che non sai nemmeno tu bene quale sia, ti soffermi a sorridere davanti allo spettacolo di 5 bambinetti scalzi&biondi che ballano al ritmo di percussioni suonate da uomini con cani che raccolgono vuoti a redere che in Italia sarebbero meglio conosciuti come barboni o, se proprio sei tollerante&figo, punkabbestia.
E i genitori dei biondi&scalzi stanno lì e ballano pure loro e sorridono e sono tutti felici e con quell'aria assolutamente normale e distesa.
Proprio come il settantenne tuttonudo al lago che nessuno ha guardato per più di due secondi né tantomeno con aria infastidita e/o imbarazzata.
E io, arrossendo un po', non sono riuscita a non guardarlo di sottecchi e con un po' di imbarazzo, un paio di volte.
IO, cittadina del Mondo. IO, donna libera. IO, che alla fine sempre all'ombra der Cuppolone sono nata e di uomini nudi al parco ne ho visti ben pochi. Diciamocelo.
E poi la discoteca in cui il buttafuori ti chiede i documenti e tu perplessa gli chiedi: "cosa?!?!! Ma ho TRENTASEIANNI!" che documenti?! E alla fine glieli dai e gli vuoi pure un po' di bene, per quella botta di autostima.
E lo spicchio di sole delle 19 al parco di Rosenthaler e in tutti, tutti i parchi, in cui ci si fa più vicini per goderne, di quei raggi, fino alla fine.
Il macho turco che posso aiutarti? ad aprire la bottiglia di vino intende, e tu, in tedesco no, grazie è facile, e lui, no, non è facile e si mette, poverino, ad armeggiare con un cavatappi su un tappo che - come avevo ben visto e appositamente scelto- è a vite. E cosa avreste fatto voi?
Io l'ho lasciato fare e credere, voltando lo sguardo dall'altra parte, per evitare di vederlo affannato ed in difficoltà nel rendersi conto di aver fatto una cazzata.
E alla fine, quando l'ha svitato l'ho guardato di nuovo, ringraziandolo, per giunta.
Soprattutto dello spettacolo divertente.
Il tram alle dieci di sera che sembravano un po' le otto e un po' le quattro di mattina.
La sensazione di avere tutto tra le mani. Tutto quello che l'Italia mi stava, giorno dopo giorno, in modo quasi impercettibile togliendo.
Perché quando torni a respirare a bocca aperta, ti rendi conto di quanto tempo sei stata in apnea. E di quanto fossi pericolosamente vicina al diventare cianotica.
Almeno sarà questa fino a che non inizio a lavorare e non che io non voglia lavorare, sia chiaro, solo che sto studiando molto intensamente e per UNA volta, UNA, voglio provare a fare UNA cosa alla volta, UNA.
Perché è proprio questa la vera differenza tra prima e adesso. Tra qui e lì. Che qui posso permettermelo.
Quindi, dicevamo, questa è la mia routine e mi piace tanto ed è abbastanza evidente: mercoledì ho finito il corso A1.1 e mi è sembrata una grossa vittoria, 100 ore in cui ho parlato, ascoltato, letto soltanto in tedesco cosa che solo un mese fa non avrei mai pensato possibile. Due giorni di stop e da lunedì si ricomincia con A1.2 e non sto nella pelle.
Che se avessi studiato con tanta passione al momento giusto, adesso avrei quattro lauree e una cattedra all' Università. Non italiana probabilmente.
E poi il parco con le nuove amiche, una bottiglia di vino e raccontarsi di com'è la vita in Israele che fino a che non hai fatto il militare sei proprietà dello Stato e non sei una persona libera e mentre ti racconti in una strana lingua che non sai nemmeno tu bene quale sia, ti soffermi a sorridere davanti allo spettacolo di 5 bambinetti scalzi&biondi che ballano al ritmo di percussioni suonate da uomini con cani che raccolgono vuoti a redere che in Italia sarebbero meglio conosciuti come barboni o, se proprio sei tollerante&figo, punkabbestia.
E i genitori dei biondi&scalzi stanno lì e ballano pure loro e sorridono e sono tutti felici e con quell'aria assolutamente normale e distesa.
Proprio come il settantenne tuttonudo al lago che nessuno ha guardato per più di due secondi né tantomeno con aria infastidita e/o imbarazzata.
E io, arrossendo un po', non sono riuscita a non guardarlo di sottecchi e con un po' di imbarazzo, un paio di volte.
IO, cittadina del Mondo. IO, donna libera. IO, che alla fine sempre all'ombra der Cuppolone sono nata e di uomini nudi al parco ne ho visti ben pochi. Diciamocelo.
E poi la discoteca in cui il buttafuori ti chiede i documenti e tu perplessa gli chiedi: "cosa?!?!! Ma ho TRENTASEIANNI!" che documenti?! E alla fine glieli dai e gli vuoi pure un po' di bene, per quella botta di autostima.
E lo spicchio di sole delle 19 al parco di Rosenthaler e in tutti, tutti i parchi, in cui ci si fa più vicini per goderne, di quei raggi, fino alla fine.
Il macho turco che posso aiutarti? ad aprire la bottiglia di vino intende, e tu, in tedesco no, grazie è facile, e lui, no, non è facile e si mette, poverino, ad armeggiare con un cavatappi su un tappo che - come avevo ben visto e appositamente scelto- è a vite. E cosa avreste fatto voi?
Io l'ho lasciato fare e credere, voltando lo sguardo dall'altra parte, per evitare di vederlo affannato ed in difficoltà nel rendersi conto di aver fatto una cazzata.
E alla fine, quando l'ha svitato l'ho guardato di nuovo, ringraziandolo, per giunta.
Soprattutto dello spettacolo divertente.
Il tram alle dieci di sera che sembravano un po' le otto e un po' le quattro di mattina.
La sensazione di avere tutto tra le mani. Tutto quello che l'Italia mi stava, giorno dopo giorno, in modo quasi impercettibile togliendo.
Perché quando torni a respirare a bocca aperta, ti rendi conto di quanto tempo sei stata in apnea. E di quanto fossi pericolosamente vicina al diventare cianotica.
martedì 20 agosto 2013
Innamoramento.
Una persona che conosco da poco ma che mi sembra mi voglia giá bene, ed io a lei, mi ha detto non dire i fatti tuoi, la gente è cattiva, non dire che va tutto bene.
E le sensazioni di negatività che a volte mi piombano addosso, mi spingono a darle ragione.
Scaramanzia, non ci credo ma non si sa mai.
Ma io come faccio?! Come faccio a non dirmi felice se tutto sta prendendo forma?!
Se inizio a capire 4, 5 parole a frase e se non ho quasi più bisogno della cartina per muovermi?!
Se guardo i tramonti con stupore e mi piace da morire andare a scuola e, ovviamente, mi reputo fortunata per il fatto di potermelo permettere?!
Se la mattina mi diverto ed apprendo, conosco persone che come me hanno voglia di apprendere, perchè no, divertendosi.
Se il pomeriggio lo trascorro tra le faccende di casa, i cani e se ho la fortuna di avere dei vicini fantastici, gentili e che voglio fortemente diventino veri amici.
Se mi piace il quartiere, il caffè da bere in metro, quell'arietta fresca che ti da un'idea del freddo che arriverà.
Sono follemente innamorata di questa città versatile, questa città che sembra essere e in cui sembra di essere in eterno viaggio, mille città in una: rurale, turca, ricca, povera, moderna, russa, in eterna (ri)costruzione. Che se la guardi dall'alto del Duomo vedi tetti, gru, un fiume, gru, tetti tra i quali uno con un prato e un binario sopra. Colorata, tranquilla, caotica.
Sono innamorata, la mattina fremo all'idea di uscire e di godermi ancora le coincidenze al minuto di tram, metro e bus. Sono innamorata, leggo le innummerevoli guide che ho e penso a quando andrò a visitare quel posto o tornerò in quell'altro. Sono innamorata del Natur Park di Schönenberg: parco nato sopra una vecchia ferrovia in disuso, arricchito da istallazioni e la cui flora e fauna sono protette.
Ora sarà il tempo a dirci se questo diventerà vero Amore, quotidianità, fiducia, senso di appartenenza, normalità.
La settimana scorsa sono stati qui gli zii di Andrea, 72 e 74 anni sono saliti su un aereo e sono venuti a vedere come ce la stiamo cavando. É stato curioso vederli in questo contesto, è stato strano salutarli.
E domani?! Domani arriva il giorno che aspetto da quasi due mesi, da quando sono qui: domani arrivano mia madre e mia sorella.
Ed anche i miei amichetti.
E mi aspetta una settimana da turista nella città in cui vivo e vado a scuola.
E so che non dovrei dirlo, che la gente è cattiva ecc.ecc. ma io sono così tanto felice.
E le sensazioni di negatività che a volte mi piombano addosso, mi spingono a darle ragione.
Scaramanzia, non ci credo ma non si sa mai.
Ma io come faccio?! Come faccio a non dirmi felice se tutto sta prendendo forma?!
Se inizio a capire 4, 5 parole a frase e se non ho quasi più bisogno della cartina per muovermi?!
Se guardo i tramonti con stupore e mi piace da morire andare a scuola e, ovviamente, mi reputo fortunata per il fatto di potermelo permettere?!
Se la mattina mi diverto ed apprendo, conosco persone che come me hanno voglia di apprendere, perchè no, divertendosi.
Se il pomeriggio lo trascorro tra le faccende di casa, i cani e se ho la fortuna di avere dei vicini fantastici, gentili e che voglio fortemente diventino veri amici.
Se mi piace il quartiere, il caffè da bere in metro, quell'arietta fresca che ti da un'idea del freddo che arriverà.
Sono follemente innamorata di questa città versatile, questa città che sembra essere e in cui sembra di essere in eterno viaggio, mille città in una: rurale, turca, ricca, povera, moderna, russa, in eterna (ri)costruzione. Che se la guardi dall'alto del Duomo vedi tetti, gru, un fiume, gru, tetti tra i quali uno con un prato e un binario sopra. Colorata, tranquilla, caotica.
Sono innamorata, la mattina fremo all'idea di uscire e di godermi ancora le coincidenze al minuto di tram, metro e bus. Sono innamorata, leggo le innummerevoli guide che ho e penso a quando andrò a visitare quel posto o tornerò in quell'altro. Sono innamorata del Natur Park di Schönenberg: parco nato sopra una vecchia ferrovia in disuso, arricchito da istallazioni e la cui flora e fauna sono protette.
Ora sarà il tempo a dirci se questo diventerà vero Amore, quotidianità, fiducia, senso di appartenenza, normalità.
La settimana scorsa sono stati qui gli zii di Andrea, 72 e 74 anni sono saliti su un aereo e sono venuti a vedere come ce la stiamo cavando. É stato curioso vederli in questo contesto, è stato strano salutarli.
E domani?! Domani arriva il giorno che aspetto da quasi due mesi, da quando sono qui: domani arrivano mia madre e mia sorella.
Ed anche i miei amichetti.
E mi aspetta una settimana da turista nella città in cui vivo e vado a scuola.
E so che non dovrei dirlo, che la gente è cattiva ecc.ecc. ma io sono così tanto felice.
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