giovedì 30 ottobre 2014

Alexanderplatz




Si incontrarono nella stazione della metro affollata. Non avevano un appuntamento, non dovevano vedersi, si incontrarono per caso, per un improbabile caso, viste le dimensioni della città.

Lui la osservò per qualche secondo, la guardò passare, gli sembrò che stesse parlottando da sola, ah no forse canticchia, ha le cuffie pensò, poi la vide sorridere e subito tornare seria a guardare le persone in quel modo strano: che un po’era attraversarle con lo sguardo e un po’ piazzare gli occhi fin dentro le viscere.
Si avvicinò e le mise una mano sul braccio, lei si voltò ferocemente e gli piantò quei suoi occhi vuoti proprio dentro, ma quello sguardo durò un solo secondo perché poi lei pianse.

Pianse continuando a guardarlo, pianse senza muovere  di un millimetro la faccia, senza fare nemmeno una smorfia: gli occhi si fecero larghi e bagnati e le lacrime scavalcarono il bordo sfumato di nero e rotolarono giù.
Lui non le chiese niente e non sembrò nemmeno preoccuparsi ma sorrise e le disse soltanto “hai tempo per un caffè?” poi si incamminò senza aspettare il suo sì ma pensando che se solo fosse stato capace di amare, avrebbe voluto amare lei.
Avrebbe voluto amare quello strano essere che sembra sempre capitato lì per caso e lì era ovunque, che piange e ride in quel modo snervante.

Quell’essere che vorrebbe scuotere forte per sciogliere i suoi pensieri annodati che si vedevano pure da fuori tanto erano aggrovigliati, solo che poi non avrebbe saputo che farsene e allora niente, meglio lasciarli lì dentro, annodati ed innocui.

Lei  lo seguì ma non si tolse mai le cuffie e lui pensò che avrebbe trovato maleducato e sconveniente il gesto se fosse stato fatto da una qualsiasi altra persona ma non da lei.
Perché lei aveva i suoi tempi, le sue emozioni con cui combattere. Lei poteva farlo.
Lei poteva camminargli accanto per ore senza sentirsi in dovere di dire qualcosa solo per spezzare quel silenzio che imbarazza.

E così camminarono. Si camminarono accanto, camminarono uno avanti ed una indietro, camminarono lentamente e poi accelerarono il passo senza dirselo apertamente ma riuscendo a mantenere sempre la stessa distanza.
Poi arrivarono sul ponte e sempre senza dirselo si fermarono.

Lei si tolse le cuffie e le infilò in borsa e lui potè sentire il suo odore e pur sapendo che non l’avrebbe mai toccata, provò per un attimo la curiosità di conoscere la trama della sua pelle, di sentire il caldo sotto i suoi vestiti, il caldo tra le sue gambe.
Che facciamo?” chiese lei chiudendosi una sigaretta. “Guardiamo il fiume” rispose lui distogliendosi controvoglia dai suoi pensieri.





venerdì 17 ottobre 2014

4uattro

[Era un lunedì sera, i miei piani erano quelli di rimanere le solite due ore nella stanza durante il corso di scrittura ed invece sono stata spiazzata dalla consegna dell'esercizio che è stata "uscite e guardatevi intorno poi tornate dentro e scrivete".
Io ho fatto un giro di palazzo e mi sono ritrovata a pensare a quanto grandi siano i palazzi a Berlino, più grandi di Roma e di conseguenza quanto più lunghi siano i giri di palazzo.
Io sono cresciuta facendo i giri di palazzo, hanno segnato metro dopo metro il mio diventare grande.
Poi mi sono messa a guardare dentro le finestre, perché qui senza l'abitudine delle tende mi viene spontaneo infilarmi un po' nelle vite delle persone.
Poi sono rientrata ed ho scritto questo.]



Non è la prima volta che mi succede eppure non riesco ancora a gestire la situazione e questo, mi rendo conto, non va bene.
Ora mi rilasso, sorrido, abbasso queste spalle contratte e cerco di capire dove e soprattutto con chi, sono.
Ma lo devo fare in fretta o penseranno che mi stia venendo un ictus, non vorrei mi succedesse come tempo fa che mia madre si spaventò  a tal punto da portarmi all’ospedale.

Comunque ormai dovrei aver capito come funziona: ronzio e ciao. Mi ritrovo di la. O di la. O di la. Dipende.
Da che dipende non lo ho invece  ancora capito e ho la sensazione che non lo capirò mai: non ci sono nessi logici, motivi o spiegazioni, non c’è un prima né un dopo, non c’è niente che scateni tutto questo.
Succede e basta, così come è successo e basta la prima volta.


No, non penso siano state le droghe anche se effettivamente la prima volta ero sotto trip e ci ho messo una quantità di tempo notevole  a capire che mi stava succedendo davvero e che non era la solita allucinazione, non come l’etichetta della bottiglia di birra che mi parla o la tazza per la colazione che mi risucchia la testa o le nuvole che si trasformano in ovatta, mi si infilano nelle orecchie e bisbigliano.

No.
Niente di tutto ciò, io ho semplicemente a disposizione più vite da vivere ed in fondo, è quello che sempre desiderato.
Ogni volta che, per motivi pratici, non sono riuscita a visitare un posto che avrei tanto voluto vedere oppure ho conosciuto una persona con la quale ho sentito un legame forte, quasi viscerale, un’affinità immotivata e non facilmente assecondabile, non mi sono sempre detta: “chissà, forse in un’altra vita?!”

Ecco, ora ho le mie altre vite: devo solo cercare di capire come vivermele senza sembrare una dissociata bipolare in ognuna di esse.

Dimenticate tutti i film che avete visto sull'argomento, perché nelle mie vite non ci sono la cabina del Dottor Who né il ripostiglio del libro di King, ma poi era davvero un ripostiglio? Dovrei rileggerlo.
Nelle mie vite non ci sono strani portali, l’unico portale è nella mia testa. Anzi, forse è proprio la mia testa, a me piace pensare che avvenga una specie di corto circuito tanto per intenderci.


Io sono e resto sempre una donna di 40 anni, il mio nome è sempre Lisa, ho una madre, un padre, una sorella, un cane, un figlio, un marito, una compagna, un migliore amico, una migliore amica, tantissimi conoscenti ma queste persone non rivestono necessariamente gli stessi ruoli nelle stesse vite.
Avete capito? Ovviamente no. Non posso biasimarvi, neanche io capirei.

Comunque, questa che vedete venirmi incontro premurosa e con l’aria di chi sa è Enrica ed in questa vita è la mia compagna. A lei ho raccontato di questi miei –chiamiamoli- salti, di queste mie vite, di questo mio dovermi dividere.  È una delle pochissime persone che ne è a conoscenza, se non altro perché era con me la prima volta che è accaduto.


Quando è accaduto ero nell’altra vita, quella nella quale lei è soltanto la mia migliore amica e all'epoca passavamo tanto tempo insieme, il venerdì sera ad ubriacarci al pub, le chiacchere, le confidenze, lo shopping  e le risate e nessuna delle due aveva mai nemmeno preso in considerazione l’ipotesi  di mettersi insieme ad una donna, anzi, il solo pensiero ci faceva ridere imbarazzate ed invece in quest’altra vita siamo felicemente insieme da anni ed attualmente alla ricerca di un donatore di seme. Lei è gelosa delle mie altre esistenze, tanto che alla fine non le racconto più i dettagli.

I primi tempi invece passavamo giornate intere a parlare delle mie altre vite, di quelle dove lei non è la mia compagna ma, appunto, la mia migliore amica, la mia istruttrice in palestra o la mia dog sitter.
Parlavo continuamente del fatto che in due vite su quattro lei non aveva per me nessun tipo di importanza o comunque, non quell’ importanza.
Ci stava male ed io potevo capirla e soprattutto non avevo niente da dirle per farla stare meglio, quindi abbiamo smesso di parlarne ed ora fingiamo entrambe che vada tutto bene.

Questo invece è Tommaso: il mio migliore amico in questa vita ma anche mio marito, mio zio (sì, lo so, fa un po’ impressione) e il mio psicoterapeuta (e qui Freud si farebbe una bella risata). 


In una sola vita ho un figlio, in un’altra invece sono sterile.  In tre vite su quattro vado in scooter, solo in una vita guido la macchina. In tutte le mie vite fumo.
E così via, tra mille piccole o grandi differenze che ad elencarle non finiremmo più.

Quello che vorrei capiste è che io non posso mai sapere, in nessun momento, cosa accadrà, dove mi troverò, con chi e a fare cosa. Sono passata dalla fila alla posta al fare l’amore in un secondo. Dal ristorante al bagno di casa. Dal silenzio della biblioteca ad un concerto.  E così via.

Le prime volte la mia grande paura era quella di sparire da una vita per andare in un'altra, mi domandavo cosa avrebbero pensato le persone di queste mie sparizioni, non riuscivo ad immaginare le loro reazioni e temevo le conseguenze poi ho capito, anzi Enrica mi ha rassicurata spiegandomi che io in realtà non sparisco davvero, io rimango lì presente fisicamente ed anche mentalmente, solo dopo anni lei ora sa capire quando mi sta per succedere, ha imparato a riconoscere il momento del salto : dice che mi assento per qualche secondo ma bisogna sapere quello che mi succede, per potersene accorgere.

Avete capito ora? Prendete un mazzo di carte, mischiatelo e disponetele sul tavolo. Osservatele. Ora riprendetelo, mischiatelo di nuovo e mettetele nuovamente sul tavolo. Osservatele di nuovo.
Ecco, queste sono le mie vite: stessi personaggi, ruoli diversi.  E mille combinazioni, mille sentimenti, mille sensazioni.

Una sola eccezione: i miei genitori, che sono loro in tutte le mie vite, che mi salvano dalla follia, che sono il mio filo rosso da seguire per non perdermi mai.

E poi me stessa, la mia traballante certezza, quella che si sentiva troppo stretta in una vita sola ed ora si sente quasi sempre persa, saltellando da una vita all’altra.

martedì 7 ottobre 2014

Eloise





La signora che paziente attende il suo turno in pasticceria si chiama Eloise.  O almeno è il modo in cui si fa chiamare negli ultimi 20 anni.
I capelli che iniziano ad ingrigirsi lei li tiene raccolti in un anonima crocchia pur di non rinunciare al vezzo di tenerli lunghi, infatti se li scioglie le arrivano quasi al sedere.

L'unico segno particolare che aveva e cioè un neo sotto l'occhio, se lo fece rimuovere anni fa.
Insinuò nel dermatologo il dubbio che potesse essere brutto, gli raccontò di come sua madre fosse morta proprio di melanoma alla pelle ed in questo modo riuscì ad ottenere quell'intervento.

Non ha più amici se si esclude il fioraio, con cui beve qualche innocente the il lunedì pomeriggio quando torna dall'incontro di lettura con quelle vecchie noiose, o meglio, lei le vive come tali pur essendo in realtà sue coetanee, quelle vecchie che leggono sempre brani di un amore banale e lontano o se proprio vogliono trasgredire qualche passo di Grishman.

Per tanti anni non ha avuto più contatti con la sua unica famiglia, qualche anno fa la sua unica nipote riuscì sorprendentemente a trovarla, lei negò per mesi di essere davvero la nonna, le diceva con voce dolce e rassicurante: "signorina, si sbaglia. I miei nipotini vivono in Francia" ma quando poi vide nello sguardo la determinazione e la rabbia che le ricordarono la lei di tanti anni fa, si arrese.

Per fortuna quella ragazza non aveva preso niente da quello stupido del figlio.

La nipote non le chiese mai perché avesse cambiato città ed identità e lei, del resto, non aveva nessuna intenzione di dirglielo.
Ma le faceva piacere ricevere quelle, fortunatamente rare, visite.


È stanca di scappare, di cambiare identità e colore dei capelli e la paura inizia pericolosamente ad affievolirsi, anche se è sempre con lei. E pensandoci bene, non saprebbe dire se la paura più grande sia quella di essere riconosciuta come l'autrice dell'omicidio di tre uomini o quella di venire punita per quello che ha fatto, magari da Dio, sulla cui esistenza ha ancora qualche dubbio.

Odia la vecchiaia, la fa sentire debole. Vorrebbe essere ancora quella giovane donna di un tempo: bella, sicura di sé, che non si fermava davanti a niente a nessuno e non questa versione di sé stessa rattrappita, timorosa, inaridita e grigia.


È quasi il suo turno, sorride paziente alla lentissima commessa e nel farlo tira fuori dalla tasca una collana con un ciondolo a forma di croce.
È il feticcio che l'accompagna da quasi 30 anni ormai, lo stesso che la sua mano sporca di sangue e terra strappò dal collo di Leonard tanti anni fa.



Tre ore

Di quel giorno non ricorda quasi più niente, ma se una cosa le è rimasta impressa nella memoria è proprio l'ipnotico movimento oscillante che la collana faceva davanti al suo naso: a volte le sfiorava la fronte, a volte le accarezzava le guance. 
Se c'è una cosa che non ha dimenticato in tutti questi anni e che mai dimenticherà è proprio quel ciondolo a forma di croce che si comportò in modo così stridente con il resto della situazione. 

In un lago di sangue, lacrime, dolore, urina, quel ciondolo sovvertì tutte le regole e lo fece accarezzandola delicatamente come a dirle, ci sono io, non ti preoccupare, ora passerà tutto.
Quel ciondolo, quel movimento, quelle carezze le diedero la possibilità di fuggire da quella agghiacciante realtà e di rintanarsi in un mondo piccolo piccolo e tutto suo, in cui riceveva delle carezze sul viso, un solletico sul naso, dei colpetti sulla fronte.
Quel giorno furono il ciondolo e la collana a salvarle la vita.

Leonard naturalmente non si accorse di nulla e nemmeno gli altri due che a turno le furono sopra, o dietro, se qualcuno si fosse accorto di quello che stava succedendo tra lei e la collana, di sicuro l'avrebbe fatta sparire. Perché lei non doveva provare nessun tipo di sollievo.

Per fortuna a toglierla da quel collo fu lei e solo lei e non la sfilò mai più dalla tasca nella quale la nascose, quasi come se avesse sentito da subito che sarebbe dovuta rimanere per sempre con lei, per ricordarle il suo nome, p
er ricordarle chi era e cosa era invece diventata dopo quel giorno.

Erano ormai tre ore che era rinchiusa in quello scantinato e che quei tre corpi si sfogavano con il suo corpo, sul suo corpo, nel suo corpo. Chissà cosa li aveva portati a scegliere proprio lei, chissà se era la prima, sicuramente non sarà stata l'ultima. 

Quando Leonard le propose di andare a finire la serata bevendo qualcosa a casa di un suo amico, non poteva immaginare che sarebbe finita così, che sarebbe finita a sperare di morire pur cercando di rimanere in vita. 
Che poi se fosse morta, pensava, gli avrebbe tolto il gusto di continuare ma nemmeno di questo era poi tanto certa.



L'esercizio era inventare un personaggio. Il corso sempre quello delle Balene

martedì 23 settembre 2014

Incipit

Come forse saprete, o forse no, sto seguendo un corso di scrittura creativa in italiano qui a Berlino, per l'esattezza quello di Le Balene possono volare.
Non mi sono vergognata mai di raccontare cose intime e personali ed invece -sorpresa- mi riscopro timorosa nel lasciarvi affacciare all'interno della mia fantasia.
Di immaginare, 
di lasciarmi ispirare.
Guidare.
Insegnare.

Ma mi piace, mi piacciono i miei limiti e le mie insicurezze. Ed ogni tanto, mi piace quello che scrivo.

No, il sole no. Vi prego.

Quando batte il sole lo fa così forte e in maniera così asfissiante che le sembra ogni volta di morire.
Il secchio in cui le lasciano quel poco di acqua sembra ogni giorno più lontano, non sarebbe stupita nello scoprire che non è un caso e che la cosa sia voluta.
Ogni volta qualche centimentro più lontano, così che diventi più faticoso raggiungere quell’acqua putrida eppure indispensabile. Solo un centimentro che però si fa sentire tutto.

Non avrebbe mai pensato che un centimetro potesse significare tanto, se invece la catena che le stringe la caviglia si potesse allentare anche di un solo mezzo centimetro, la pelle non si scarnificherebbe come invece sta facendo. E poi quelle mosche che girano intorno alla sua ferita infetta e che la preoccupano un po’.

Le sbarre della gabbia sono ormai infuocate e la prima volta che è successo, ha urlato e pianto così forte che uno si loro si è mosso a pietà o forse non ne poteva semplicemente più ed ha coperto la gabbia con un grosso telo nero, come si fa coi pappagalli per farli smettere di cantare o parlare.
A lei è piaciuto e quando l’aria iniziava a scarseggiare, poteva avvicinare il naso, scostare un po’ il telo e respirare forte.
Fu una bella giornata quella, poi svenne. E quando si riprese il telo era sparito ed era buio.


Le fanno sempre degli indovinelli prima di darle da mangiare e quando non indovina non mangia: questa è la regola. 


lunedì 1 settembre 2014

Basi e passaggi. Ieri e oggi. Andate e ritorni.



Riflettevo con un'amica* sulla spiaggia al tramonto 

o almeno mi sembra che si trattasse di una spiaggia al tramonto, in ogni caso mi piace pensare che questa riflessione che vi sto per raccontare io l'abbia fatta proprio su una spiaggia al tramonto

che forse la condizione dell'emigrante mi è proprio congeniale.

Non mi è capitata per caso, non si è trattato solo di necessità lavorativa, del cercare una vita migliore, della crisi in Italia, della voglia di provare qualcosa di diverso.

Forse in fondo a tutti questi motivi c'è, dolcemente adagiata, quell'affascinante malinconia che la condizione porta con sé, quell'intrinseca nostalgia delle persone care che mi accompagna ogni giorno.

E che mi piace, non posso negarlo. Mi piace sentire delle mancanze, mi piace immaginare, mi piace ricordare. E mi piace fare tutto ciò continuando a vivere.


Ad esempio mi è sempre piaciuto, al ritorno dalle vacanze, guardare per un'ultima volta il panorama (quasi sempre un mare da cartolina) la sera o la mattina, dipende dall'ora in cui ci si rimetteva in macchina per tornare a casa, in ogni caso riuscivo a ritagliarmi qualche minuto per tornare, spesso da sola, ad osservare il luogo che stavo per salutare e per soffermarmi su quel dolore fisico allo stomaco, sulle narici piene dei giorni appena trascorsi, su quel già mi manca, su quel ci vediamo l'anno prossimo.


Ed è così che qualche giorno fa ho guardato per la prima volta Roma. L'ho guardata dal finestrino della macchina che da via Angelo Emo ci ha portati di corsa a Fiumicino, e poi l'ho guardata anche dal finestrino dell'aereo, soffermandomi sul mare che sembrava davvero limpido.

Roma che è sempre stata base solida e che invece, dopo tanti anni si è trasformata improvvisamente in luogo di passaggio, in un posto in cui tornare a leccarsi le ferite, in un posto dove inaspettatamente rilassarsi, in un luogo di amori primitivi e proprio per questo adatto per potersi prendere una pausa dall'amore di oggi. 

Dall'amore totalizzante che pretende un cagnolino complicato come il mio, ad esempio, da quello più delicato ma comunque importante che provo per Gimli.
Dall'amore solido per il mio compagno di vita, dall'amore travolgente per questa città bipolare e sempre nuova in cui viviamo da più di un anno.

Pausa. 

E si torna indietro di vent'anni, di colpo. Vent'anni fa.

Rendersi conto di avere così tanto da ricordare e da raccontare su qualcosa che ha vent'anni, qualcosa che è accaduta vent'anni fa, ti mette di fronte all'età che passa e lo fa in modo molto più deciso di quanto abbia mai fatto un qualsiasi specchio. 

I miei ricordi hanno vent'anni e sono una bella ragazza alle prese con l'università, che ha già la patente da un paio d'anni e che guida il motorino ormai da sei.

I miei ricordi ormai hanno una vita sessuale e assumono un anticoncezionale.
I miei ricordi sono già partiti per un interrail e sperano fortemente di poter partire per l'Erasmus. 
Rendiamoci conto, i miei ricordi sono adulti.

Vent'anni fa: la comitiva da Lolita nei pomeriggi d'estate che non passavano mai, a fare la conta di chi era già partito e chi invece era già tornato e quando parti tu e quando parto io. 
A Fregene con il pullman dell'Acotral bollente e schioppettante sull'Aurelia intasata.

Una cameretta troppo piccola da condividere con una sorella troppo piccola.

E poi, il primo vero amore, in un giorno di (boh diciamo novembre) che si presenta in comitiva con un motorino che faceva un casino incredibile e non vi fate nemmeno tanto caso, che poi tu stai già con un altro che però presto lascerai in un pomeriggio al Gianicolo rifuggendo dai suoi baci adducendo come scusa un originale mi strucchi.
(Forse sarebbe stato più corretto dirgli mi stucchi, beata gioventù.)

Poi il famoso appuntamento in cui si presentò con 25 ore di ritardo che avrebbero dovuto dirmi tutti su quello che sarebbero stati i successivi sei anni. E invece per fortuna non mi disse niente e furono assolutamente faticosi, deliranti, dolorosi, avventurosi ma proprio per questo meravigliosi.

E se vent'anni fa (circa) ad esempio mentre tornavate dal Festivalbar di Napoli e giungeva la notizia della morte di Lady Diana o mentre attraversavate la Sardegna in Vespa, o mentre aspettavi che finisse di modificare chissà quale motorino o peggio ancora mentre cercavate di lasciarvi al telefono, di persona, per lettera, tra le lacrime, le liti, il dolore, entrambi incapaci di staccarsi dall'altro nonostante poi fosse davvero l'unica cosa sensata da fare, se in uno di quei mille momenti qualcuno ti avesse detto che vent'anni dopo lui ti avrebbe aperto le porte della sua nuova casa e della sua nuova vita abitata da una compagna fantastica (*l'amica della spiaggia al tramonto) e un figlio speciale, sveglio, simpatico e felice, tu avresti risposto ma è impossibile!

E invece non è stato affatto impossibile, è stato bellissimo.

Concederci dei giorni insieme, ridere di ciò che è stato, ritrovare dei modi di dire che ancora abbiamo, tornare negli stessi luoghi di quei tempi, ed osservare le nostre vite di oggi: complicate, piene ma felici. E gioire di questo. E sentire fortemente che certi legami, non si dissolveranno davvero mai.


Anche questo è stata la mia vacanza.

Oltre ai miei piatti preferiti cucinati da mamma e papà, al perdermi con la macchina per una Roma vuota, all'amare mia sorella anche nei momenti di odio, all'aperitivo al Pigneto, al non trovare più il Gianicolo (?!) ad un mare toscano bellissimo, al sentire che mi stavo ustionando e non prendere provvedimenti, alle ore ed ore in acqua, ai saluti ai nonni, agli amici di sempre, a quelli che avrebbero voluto ma non hanno potuto, a quelli che passano in sordina e va bene così.

Qui a Berlino il segno dell'abbronzatura stride col cielo che già ne promette delle belle e con le giornate che iniziano ad accorciarsi, io non vedo l'ora di rituffarmi nella routine di un autunno e di un inverno che spero sarà più clemente di quello trascorso. E non parlo di meteo.

Domani torno anche a scuola di tedesco.
Oggi devo fare un ripasso:


Heimweh  (da Heim casa e Weh dolore)  richiama alla mente il dolore che si prova quando si è lontani e si pensa alla propria casa, ai propri affetti.

Fernweh (Fern lontano e Weh dolore) è la nostalgia per dei posti lontani che non si conosce ancora.


Ed io soffro di entrambi oltre alla sempreverde "nostalgia per qualcosa che non vivrai mai" che Baricco non ha avuto di meglio da fare che infilarmi in testa tanti anni fa e per la quale non credo esista ancora una parola in tedesco. 

lunedì 21 luglio 2014

Amico immaginario (non sono immaginario)

-carta da parati vecchia e rovinata- Google- 



C'è questo fatto che i personaggi per me possono essere intercambiabili, possono anche non esserci forse. Quello che conta davvero è ciò che provano.

O semplicemente il personaggio sono quasi sempre io, sono in ogni altra persona che descrivo, così come chiunque può essere me e non me la sento di dire "questo non potrei mai esserlo", questo vorrei non esserlo mai, al limite, quello sì, quello posso dirlo. O devo. O dovrei. Vabbè.

I personaggi. 


Descrivete un personaggio che vorreste essere o che non vorreste essere mai. Ma non qualcosa che siete realmente.

E chi sbuca? 

Lui.
Sono passati così tanti anni dalla prima volta che l'ho incontrato, durante un volo di Pindaro, uno dei tanti.
Poi l'ho ricercato, ho cercato di capirlo, di chiarirmi le idee su di lui, ho cercato di dargli un nome ed una faccia. Ho cercato di fermarlo da qualche parte ma niente. Tutto inutile.


È coerente col suo non voler essere una presenza costante al punto da farmi dimenticare di lui.

Ma oggi è tornato in un baleno e non ho sentito scuse, l'ho fermato, l'ho guardato negli occhi sempre bassi e fastidiosamente sfuggenti e l'ho costretto a rimanere con me per qualche secondo. 

Uomo, 30 anni, magro, solitario, scuro, un po' sociopatico, nessun rapporto con la famiglia, qualche amico con cui però non esce mai.
Forse si droga, ma niente di serio.

Un cane, che è l'unica occasione per uscire di casa, tre brevissime volte al giorno.
Università abbandonata, troppo incostante per avere una qualsiasi relazione umana.
Ormai quasi completamente disinteressato al sesso.

Ecco le visioni. Un ronzio che anticipa sempre un flashback.
Pochi minuti di assenza in cui vede -letteralmente- con gli occhi di un'altra persona, di una ragazza,  per l'esattezza.
"Assorbenti, make-up, discoteca affollata, cocktails con amiche, sesso con un uomo durante in quale vede soltanto la spalliera del letto."

Niente che potrebbe veramente essere nel suo campo visivo o nella sua mente.

Eppure ci sono: ronzio e flashback.
Diventa tutto quasi piacevole, una curiosa abitudine.

[Senza sapere che nell'appartamento accanto, a "lei" succede la stessa cosa e i suoi, di lei, flashback sono

"carta da parati vecchia e rovinata, tv accesa su televendite notturne, un cane, un telefono che nessuno ha voglia di usare, cartine e tabacco."]

Nell'ultima immagine, "lui" è steso a terra, sotto casa.
Non sappiamo se è morto, certo è che è stato investito da un ultimo, beffardo, flashback.
[Come?]


Lui vede un altro uomo con un cane in mezzo alla strada, "forse gli chiedo da accendere", pensa...immenso sforzo di socialità...

Lei è alla guida della sua macchina, non esattamente lucida e ne vede un'altra venirle incontro, si spaventa e perde il controllo.

Bum.

[sta roba gira, gira, gira come una macchina che gira, gira, gira sul GRA di Roma, un GRA insolitamente vuoto aggiungo, e che non riesce ad imboccare un'uscita.
E così, nello stesso sterile modo, gira, gira, gira da anni, questa storia nella mia capoccia.
Io ero lei, ma oggi ho scritto di lui.
Non sono mai riuscita a metterlo per iscritto, questo non è tutto, non è molto ma è un sunto, frutto di 20 minuti di esercizio al corso di scrittura creativa delle Balene.
C'è pure una musica da metterci sotto, che è  questa. Trovo che sia antica il giusto.] 



giovedì 17 luglio 2014

Il ponte bipolare nella Berlino dei pensieri.



Google immagini "Ponte bipolare"

Il ponte dei pensieri.


Che immagine vi viene in mente con un titolo così?
A me è venuto in mente, da brava razionale, un ponte su cui si pensa mentre per la mente che ha partorito questo titolo, era più un ponte fatto di pensieri.


Per la prima volta nella mia vita ho partecipato ad un laboratorio di scrittura creativa e il primo esercizio è stato "pensate ad un titolo, il primo titolo che vi viene in mente. Fatto? Bene. Ora date il titolo alla persona che vi siede accanto. Lavorerete sul titolo pensato dall'altra. Avete circa 10 minuti."

E così è stato. 

Ed io ho scritto questo:


La sera rincaso sempre alla stessa ora.

Ed è sempre alla stessa ora che mi fermo su questo ponte che attraversa il canale.
L'aria è salmastra ma a me sembra fresca, sarà che arrivo qui sempre dopo 8 ore di ufficio e quasi una di treno.

Mi fermo sul ponte: è il mio vezzo, la mia piccola libertà.
So bene che dovrei sbrigarmi a rincasare, che non ho ancora preparato la cena, i bambini reclamano e il cane deve fare pipì ma mi concedo sempre il lusso di fermarmi su questo ponte.
Dove l'aria è salmastra e fredda e verrebbe facile pensare.


Io non lo so se penso, me ne sto lì impalata, a guardare il fiume, ad annusare l'aria.
Anzi, il mio vezzo è proprio provare a non pensare, il mio esercizio è sentire, soltanto sentire. Sentire, ad esempio, la terra che sotto ai miei piedi, vibra al passaggio del treno.

Vado.


Se mi piace? Certo che no.
Difficilmente mi piace ciò che scrivo e soprattutto non ho mai pensato né voluto scrivere niente su un ponte dei pensieri, il mio titolo era Berlino Bipolare. Bello, no?

E poi non so scrivere a comando e non so scrivere racconti di fantasia. So scrivere solo di quanto stia bene, stia male, di quanto intensamente e come stia vivendo qualcosa.

Eppure, qualcosa è uscito.

Eppure, pensando a questo ponte dei pensieri mi è venuto subito in mente un ponte di una stazione della S-Bahn qui a Berlino, una stazione ad Ovest: West qualcosa... Westend o Westkreuz non ricordo bene, ponte su cui non mi sono mai fermata a pensare ma che è stato uno dei primi posti che ho visto qui a Berlino lo scorso anno, non appena trasferiti.

Non è il ponte di Warschauer strasse, nè il famoso 
Oberbaumbrücke, è un posto come un altro, un posto che nessuno va a visitare, un po' anonimo forse.
Ma è arrivato in soccorso e così in dieci minuti ecco venuto fuori un raccontino di senso compiuto.
Io mi ci sono fermata, su quel ponte, ed ho provato a non pensare. Proprio come lei.

Sono soddisfazioni.

Chissà cosa avrei scritto, seguendo la scia della Berlino Bipolare che mi era venuto in mente.
Perché Berlino lo è un po' bipolare: la modiva e la quiete, l'est e l'ovest, il passato e il presente.
E pure io sono un po' bipolare, sarà per questo che ci sto bene a Berlino.

Per esempio, ora ho voglia di cambiare discorso. E mi piacerebbe mi seguiste in questa svolta improvvisa, è facile.

Per esempio l'epilessia. 

L'epilessia di qualcuno che amiamo, potrebbe essere definita come cura contro l'ansia?!
Almeno nel mio caso sta funzionando più o meno così, il mio dover avere tutto sotto controllo se ne va in fumo in una manciata di elettrici secondi.

Un momento prima il tuo cane è lì con te sul letto, sul divano o per terra, forse sta riposando. 

Ed un attimo dopo parte in chissà quale mondo lontano e tu non puoi fare altro che intervenire alla svelta col farmaco ed aspettare. E poi sperare che torni da te il prima possibile. Poi qualche secondo ancora in cui cerca di capire chi è e cosa gli è successo e si aspetta ancora quella manciata di secondi, sperando fortemente che la smetta presto di guardarti come se non ti riconoscesse e poi via....feste a non finire, come se non ti vedesse da anni.
Chissà, forse davvero non ti vede davvero da anni, dopo una crisi.


Niente più piani, niente certezze, può avvenire in un qualsiasi momento.
Niente "pensieri magici": è successo perché ieri gli ho dato due bastoncini in più o perché i vicini hanno esultato per i Mondiali. 

No, macché, non c'è logica alla quale attaccarsi: arriva e basta. 

E nel frattempo ti insegna ad aspettarti tutto e ad essere pronta, a tutto.
E nel frattempo, tutto prosegue e siamo arrivati ad un'altra estate in cui tutto è diverso dalla precedente.
Ponti compresi.